martedì 12 maggio 2009

domenica 10 maggio 2009

La caduta dei Muri. Vent'anni dopo


Scritto da Bianca Valota sabato 09 maggio 2009
L'autrice con Lech WalesaPer gentile concessione dell'autrice, pubblichiamo ampi stralci dell'intervento della prof. Bianca Valota al Convegno internazionale La caduta dei Muri. Vent'anni dopo, svoltosi a Milano presso l'Università degli Studi il 7 e l'8 maggio scorsi.
La storia del prima, del durante e del dopo la caduta del muro di Berlino è un po' la storia degli antefatti e dell'esito più profondo della guerra fredda. Che come tutte le guerre ha anche un dopoguerra, particolarmente lungo perché la storia e la realtà impiegano molto tempo per imporsi alle ideologie.La prima fase di questa guerra, che tutti possiamo conoscere benissimo, purché abbiamo la pazienza di recuperare giornali e cronache di quegli anni, vedeva da un lato coloro che continuavano, anche dopo gli anni '60, a ritenere che i Paesi del socialismo reale rappresentassero un'avanguardia felice, verso la quale avremmo dovuto tendere tutti, almeno in Europa. Si leggevano i romanzi pedagogici di Anton S. Makarenko, si vedevano i documentari sulle realizzazioni del regime – ne ricordo uno sul canale Volga-Don, un'autentica catastrofe presentata come una vittoria dell'uomo e della scienza sulla Natura –; si organizzavano le discussioni sulla cinematografia celebrativa sovietica, magari dimenticando che qualche anno prima analoghe tendenze cinematografiche avevano caratterizzato altre culture totalitarie… In fondo questo era anche una conseguenza del desiderio di pace seguito alla guerra guerreggiata, alla volontà diffusa di trovare comunque una buona ragione per la convivenza pacifica. Certo, le denunce non mancavano, ma in fondo esse parlavano di un mondo comunque inaccessibile, e del quale una buona parte degli occidentali – inquadrati nei grandi partiti di sinistra – continuava a dare una descrizione mitica. Così in Occidente da parte dei giornali di sinistra – e in Italia in particolare dell'organo del Pci, l'Unità – fu ampiamente possibile presentare le rivolte di Poznań, di Budapest, di Praga come i rigurgiti dell'opposizione borghese, come una rivolta di facinorosi, senza per questo provocare più che la fuga dal partito di alcuni – più onesti degli altri.In fondo i Paesi dell'Europa Centro-Orientale, dopo che fino agli anni della guerra erano stati parte integrante del Continente, ora si erano allontanati, al punto di non interessare, di non essere visti come una parte di noi di cui preoccuparci. Una separazione in fondo recente, di breve durata, se proiettata nella prospettiva storica, in Occidente era stata assimilata profondamente e addirittura proiettata all'indietro, come se quella cesura provocata dalla seconda guerra mondiale fosse stata assai più antica e consolidata. In fondo la politica di Mosca e dei partiti comunisti orientali e occidentali cercava in ogni modo di ottenere proprio questo risultato. Non disturbate il manovratore, la cosa non vi riguarda.Con il progressivo disvelamento del grande inganno, con l'apertura al turismo e infine con la caduta del Muro di Berlino ci fu davvero un momento in cui, almeno fra i giovani e gli intellettuali dei paesi più tradizionalmente legati all'Est europeo, l'Europa apparve di nuovo una sola: piena di problemi, bisognosa di interventi a sostegno della ripresa, ma una. E in molti cercarono di contribuire alla crescita ed al recupero della cultura democratica in paesi in cui essa era stata duramente repressa dai regimi totalitari di sinistra. Ma molte cose non c'erano più: molti punti di riferimento del mondo germanico ad Est si erano svuotati (o erano stati svuotati), le parentele che spesso sostanziavano i rapporti umani fra i Paesi dell'ex-Impero asburgico erano ormai estinte, come quasi tutti estinti erano ormai, grazie anche alla politica di cinico disimpegno del governo italiano, i legami della nostra Penisola con l'Istria, la Dalmazia, l'altra sponda dell'Adriatico. E la progressiva "meridionalizzazione" della classe dirigente italiana (e il progressivo evolversi dei centri di interesse della medesima) aveva portato gli interessi e le direttrici culturali degli Italiani in altre direzioni. Quella rete fatta di uomini e di consanguineità che univa Est e Ovest era ormai stata interrotta. E questo è stato uno fra i più nefasti lasciti del comunismo e della sua politica, condotta di qua e di là del muro.La storiografia che ne è seguita è profondamente legata a questo confronto – o perlomeno si confronta in buona parte su questo tema –: da una parte alcuni hanno cercato di evidenziare e di ricostruire gli antichi legami, di riprendere vecchi filoni comuni di ricerca e di analisi, di riannodare rapporti culturali ed economici un tempo floridi, di "vedere" su un periodo più lungo, leggendo il periodo comunista come una tragica interruzione di un processo tutto sommato orientato verso una modernizzazione globale e verso una convergenza europea. Dall'altra parte, nella sinistra postcomunista, ci si è confrontati con un duplice problema: come disfarsi nella maniera più rapida e indolore possibile dei miti e delle vere e proprie falsificazioni che per quasi mezzo secolo avevano caratterizzato la storiografia e le analisi politiche della sinistra, quando si toccava il tema del mondo "oltre la cortina di ferro", e come graduare e pilotare l'acquisizione delle verità più scomode in modo tale che non ricadessero sulla testa di personalità politiche ancora sulla breccia, anche se magari nell'ambito di partiti che avevano assunto un nuovo nome. Ancora una volta il controllo della informazione si rivelava, per loro, assolutamente vitale. Ecco perché, in fondo, ad occuparsi della storia di quei paesi nelle nazioni occidentali troviamo tanti postcomunisti e tanti opportunisti, spesso privi delle necessarie competenze e spesso mancanti della necessaria "probità scientifica".Ma oltre il muro crollato restano oggi questi Paesi, vent'anni dopo, con i loro problemi vecchi e nuovi, e con l'esigenza di leggerne passato e presente di per sé, e non alla luce di tesi precostituite o di necessità di sopravvivenza politica. Un'esigenza che resta in tutta la sua attualità: la storiografia occidentale moderno-contemporanea sull'Europa Centro-Orientale è in fondo lo specchio più evidente di un confronto che per molti non ha ancora trovato pace.Per questo val la pena di soffermarsi, come abbiamo proposto in questo convegno, su questo ventennio. Come eravamo allora – parlo per quanto mi riguarda di noi "Occidentali", e Italiani in particolare – e come siamo oggi di fronte alla realtà di questa vicenda? Quali fra i progetti di allora, formulati di fronte ai muri appena crollati, non hanno retto alla prova dei tempi? Quali fatti imprevisti sono intervenuti in questi lustri? Quali altri erano previsti? E soprattutto, perché? Perché certi nostri ottimismi si sono rivelati tali, e certe cose che erano sembrate impossibili da cambiare, destinate a durare per secoli, crollarono in pochi anni, spesso in poche ore, proprio come il muro di Berlino?In quei giorni l'evento ebbe un effetto enorme su tutti noi: quali aspettative creava! Sorpresa, entusiasmo! Ricordo le riprese televisive in diretta di quel muro a Berlino, abbattuto a furor di popolo. Ricordo, pochi mesi dopo, l'ultimo regime – e uno dei peggiori, quello di Ceaușescu – caduto tra la gente festante, che ti accoglieva nell'inverno sulle strade disastrate mentre ti dirigevi verso la capitale cercando di portare qualche aiuto; e ti offriva ospitalità gratuita negli alberghi, ti salutava dai bordi delle strade. E ricordo, là, anche i progetti e le illusioni di tanti giovani e meno giovani di allora, che sembravano aver dimenticato l'esistenza degli Iliescu, i possibili colpi di coda, e le possibili riscosse delle nomenklature…E tuttavia un grande "fatto storico" si era potuto verificare: si poteva parlare di ricomposizione e di avvio della ricostruzione dell'Europa. Dopo quasi mezzo secolo si poteva parlare di crollo dell'impero sovietico – almeno nelle sue dimensioni tradizionali –; e di "liberazione dei popoli", almeno per coloro che hanno avuto la fortuna di rimanere al di qua della nuova Jalta che ahimè si viene ora delineando all'Est – ma di questo dovremo riparlare.Si era cominciato presto con un fortissimo entusiasmo da "neofiti" per "Gorby", che nei mesi precedenti si era fatto la fama di democratico e di riformatore inossidabile, e in fondo ci campa ancora – ma in Occidente, perché non direi proprio che all’interno della Russia la sua figura sia oggi molto popolare. Il che non significa togliere a questo personaggio i suoi indubbi meriti, quando lo si collochi in una prospettiva storica; significa solo cercare di essere il più possibile obiettivi ed equilibrati.Tutto questo, queste reazioni impreparate, entusiastiche ed a volte ingenue, in fondo sono un segno di quanto poco si sapesse davvero di quanto si era verificato all'Est, di quanto poco si fosse in grado – e spesso si volesse – scavare nella storia e nella psicologia collettiva non solo dell'Unione Sovietica, ma anche della Russia, dell'Impero zarista.Allora in realtà, con la complicità di una stampa ben poco preparata per ragioni sia culturali, sia politiche, si sono per mesi celebrate aperture più immaginate che reali. E questa ubriacatura, questa autoillusione collettiva veniva alimentata anche da chi cercava in questi segnali la prova che l'esperienza sovietica e il comunismo fossero almeno in parte "recuperabili", che in fondo esso fosse riformabile dal suo interno. Era una svolta fondamentale per la sopravvivenza dei grandi partiti comunisti occidentali; molti se ne erano resi conto, e quanto questo fosse vero si è visto appunto nel ventennio che è seguito, con la loro entrata in crisi definitiva.Certo, era vera la vittoria della democrazia come valore universale, con la fine di un'ideologia nefasta e del suo potere su tanti uomini. Ma si faceva anche sentire l'idea allettante di una "superiorità dell'Occidente": un Occidente che – ancora una volta – tendeva a sopravvalutarsi e a dimenticare i propri difetti, le proprie approssimazioni, le proprie responsabilità, la propria carenza di memoria storica. Era vero che molti Paesi potevano finalmente liberarsi. E questo, infine, fu davvero un lascito forte, fondamentale, di quegli anni. Ma non per tutti. Per comprendere questo, però, era necessario mettersi realmente in condizione di conoscere quei popoli, di conoscerli oggi e di ricollocarli nella storia europea – anche in quella di ieri. Rendersi conto di quanto la nostra civiltà comune sia stata nei secoli costruita da tutti gli Europei, da tutti noi insieme. Nell'entusiasmo, molti sembrarono allora essere convinti che la democrazia e la libertà – delle persone come delle nazioni – avrebbero potuto prevalere e conservarsi quasi naturalmente. Si ignoravano spesso i lasciti dei vecchi regimi, le strutture più o meno occulte (i militari, i servizi segreti, i grandi burocrati…), e il fatto che le "nuove" opposizioni democratiche che nei decenni precedenti avevano condotto una coraggiosa protesta di tipo prevalentemente "morale" si trovavano comunque ora a doversi confrontare con gli unici che durante il quasi mezzo secolo di regime comunista avevano potuto "far politica" – certo, nel modo caratteristico di un regime totalitario, ma sempre di "far politica" si trattava, ed era un'esperienza acquisita…. Si intuivano alcuni problemi: si vedeva ad esempio il vuoto legislativo in cui veniva liberato il "capitalismo" in quei paesi; ma non si era in grado di capire abbastanza come esso si stesse per combinare con una cultura piegata per decenni – talora, come in Russia, per secoli – alla passività ed alla mancanza di iniziativa delle masse, all'abitudine alla sopraffazione.In realtà già allora, ponendo mente a questi ultimi aspetti, gli scenari che si stavano aprendo non apparivano rosei per tutti: soprattutto per quegli "sconfitti" che un tempo si erano considerati i primi titolari dell'Impero: quel che restava dell'Unione Sovietica. Scrivevo proprio nel 1992 per un convegno organizzato sulla Nato, mentre ancora il siberiano Eltsin, tra slanci e pasticci, sembrava tuttavia tener aperta una pur tumultuosa via alla democratizzazione tentando di mettere a punto alcuni scenari possibili per il futuro della Russia:«1) Uno scenario purtroppo possibile è quello dell'involuzione autoritaria. In questa direzione si potrebbe assistere alla convergenza di due grandi "blocchi": A) da un lato l'eredità del comunismo: a cominciare dai vecchi apparati – di stato, di partito, dell'esercito, del Kgb, del complesso militar-industriale, delle fattorie collettive. La loro azione si può innestare su tendenze presenti nella psicologia collettiva di vasti strati della popolazione, delusi nelle speranze ingenuamente riposte nella possibilità di un rapido cambiamento, e sul persistere di logiche e strutture mentali resistenti al cambiamento e perfino incapaci di concepirlo concretamente; B) dall'altro l'emergere di un "nuovo" nazionalismo che rappresenta in fondo anche una sorta di grande metalinguaggio per esprimere la difesa esasperata della propria specificità, "classici" complessi di inferiorità-superiorità, il disagio di fronte alla grande sfida del progresso, la tendenza a scaricare le proprie responsabilità sull'altro, sul vicino, sul diverso – piuttosto che cercare in se stessi le cause delle difficoltà incombenti, e i possibili rimedi. […]. Si tratta di un nazionalismo che non risparmia certo gli stessi russi, che anzi fra loro si è potuto e si può incarnare volta a volta nell'imperialismo, nel panslavismo – o nel panortodossismo».E quello che vedevo allora, in una proiezione che alcuni considerarono pessimistica, sta in gran parte ritornando fra le constatazioni di oggi. In fondo, anche se la storia non serve per prevedere, essa consente – e consentiva anche in questo caso – di scartare almeno alcune delle ipotesi che si desidererebbe poter formulare per il futuro. Vent'anni dopo – oggi – la storia presenta il suo conto: il bilancio è largamente positivo per quanto riguarda la ricomposizione di gran parte dell'Europa – un obiettivo davvero epocale, che ben pochi si sarebbero attesi anche solo pochi anni prima della caduta del muro –; ma altri problemi sono sorti – o si sono incancreniti.La cosiddetta Europa centrale – ma anche nella scelta dei nomi che ogni paese si dà si nasconde il desiderio di affratellarsi o di distaccarsi da questo o da quel vicino – ha ormai assunto un ruolo importante e "tipico" nella discussione europea sulla politica estera, ben conoscendo atteggiamenti e pulsioni dei nostri interlocutori a Oriente. E il processo di crescita sta ormai coinvolgendo tutti i Paesi dell'Est europeo.La Russia sta cercando di ricostruire l'Impero, secondo la sua antica tradizione, e riprende una delle sue classiche direttrici: la sua politica verso Ovest e Sud-Ovest. La crisi produttiva e industriale alla quale non ha saputo far fronte continua e si sta aggravando, e la sua leadership è costretta a comportarsi ed a ragionare come un paese produttore di materie prime, con le quali pagare i consumi interni. Insomma, come un paese arretrato.Ritroviamo la tendenza russa alla ricostruzione degli stati cuscinetto, al ricatto energetico, a promuovere e sostenere governi fantoccio funzionali a questi disegni e a questi progetti – le attuali tensioni in Moldova, o in Ucraina, sono solo alcuni dei casi che si potrebbero citare. Così – ma questo è un argomento che meriterebbe un altro congresso – si stanno in qualche modo creando i confini di una nuova Jalta, nuovi muri, oltre i quali sta diventando sempre più forte l'idea che la democrazia e la libertà non abbiano diritto di entrare.Ma in fondo uno dei migliori alleati della Russia in questa sua opera di normalizzazione e di ricomposizione imperiale è proprio il desiderio spasmodico di molti governi occidentali di ricostruire una situazione di equilibrio – come quella alla quale ci aveva abituati un cinquantennio di equilibrio atomico. E la preoccupazione per il terrorismo musulmano, la paura della crescita selvaggia cinese, l'angoscia per la crisi che ha colpito tutti – ma le democrazie sono i sistemi più sensibili alle critiche ed al malcontento – fa sì che regimi autoritari e antidemocratici come quello di Putin finiscano per trovare sostegno e conforto.Certo, si accetta con fatica e con sgomento il permanere di una situazione di crisi della quale è difficile intravvedere una soluzione equilibrata; ma con altrettanta facilità procede negli uomini l'assuefazione alle situazioni risolte, a quelle che ci offrono i loro vantaggi senza che ci dobbiamo ricordare ogni giorno i problemi, i timori e le difficoltà del tempo passato. Così le città dei paesi dell'Est entrati nell'Unione possono ormai apparire come un mondo riacquisito nella nostra coscienza di europei, paesi per i quali i problemi non sono troppo diversi da quelli che si hanno con tutti gli altri membri comunitari. È in ogni caso una conquista enorme che, come tutte le cose belle, crea una rapida assuefazione. E dunque consentitemi di darli per acquisiti – o di considerare il processo di reintegrazione in corso già abbastanza avanzato – anche in questo mio breve excursus. E tuttavia penso che un problema per il futuro sia, ancora una volta, quello dei rapporti con la Russia, della difesa dei paesi più vicini e memori del proprio passato di paese satellite: un problema che in Europa sembra in certi casi riguardare solo… gli ex partner del patto di Varsavia, mentre in gioco è il futuro di tutti noi.Ma non è dappertutto così: restano nel Balcani le macerie di un confronto durato per tutto il "secolo breve" di Hobsbawn, ed esploso qui violentemente con il crollo dello Stato di Tito. Da tempo Est ed Ovest vi si combattono per procura per assicurarsi una più ampia area di influenza; ma ora vi si è fatto assai più presente e pericoloso il "terzo incomodo" del mondo fondamentalista musulmano, che nel frattempo è intervenuto prepotentemente e sanguinosamente sullo scacchiere internazionale. Qui davvero siamo ben lungi dal poter dire che questi vent'anni siano bastati per poter intravvedere un nuovo equilibrio stabile. Anzi. Tanto più che vecchi nazionalismi ancora presenti anche in paesi dell'Unione Europea come la Grecia finiscono per rendere l'azione comunitaria ancor meno efficace e incisiva di quanto potrebbe essere.Insomma, anche la storia non facit saltus. In fondo, del resto, la "liberazione" di tanta parte d'Europa può davvero essere vista come un grande balzo, ma non può essere considerata un fatto realizzato in pochi mesi e concluso. Senza poi dimenticare che i Balcani restano una grande ferita europea, per la quale ancora non abbiamo trovato rimedio, e in cui anche le convivenza controllate e garantite da ingenti forze militari internazionali non sembrano essere riuscite a modificare di molto i rapporti di concorrenza e di avversione fra le varie etnie in gioco.Ma ci sono anche altri problemi: noi non ci siamo messi in condizione di sottrarci al ricatto di Putin, un po' perché un ambientalismo spesso miope teme in Italia la ricerca di alternative realistiche al petrolio; un po' per radicato antiamericanismo, per rissosità interna all'Europa; un po' anche per un filone antico nella nostra politica estera, che ci ha visto sempre più attenti alla Russia, per un supposto "realismo", che ai paesi della cosiddetta Zwischen Europa: quei paesi che si trovano scomodamente collocati fra i Grandi Russi e i Grandi Tedeschi, e che pongono problemi visti spesso come "minori", fastidiosi, e difficili da risolvere…).I post-comunisti italiani ed europei, poi, sono di fatto per tanti versi "ricattabili" dalla Russia per i vecchi legami e per ciò che contengono gli archivi dell'Est; e da noi anche un Berlusconi amico di Putin coltiva il progetto di affermarsi come mediatore tra Russia e Ovest.Negli ultimi tempi, poi, stanno crescendo i sospetti verso i Paesi entrati nell'Unione Europea, perché prima essi si adeguavano; prima pensavamo di poter contenere il loro ruolo e i loro orientamenti, perché li ritenevamo dipendenti da noi e a noi "grati"; mentre ora hanno una loro politica – naturalmente, soprattutto nei riguardi di quella Russia che tradizionalmente conoscono molto meglio di noi, e che nell'ultimo mezzo secolo hanno avuto – ahimè – occasione di conoscere ancor meglio. Ora temiamo la concorrenza dell'"idraulico polacco" e l'economia in crisi accentua gelosie e perplessità verso i più poveri – e indurrebbe a rivedere gli atteggiamenti verso Mosca, creando attriti con i nuovi entrati. E così lo slancio di costruzione dell'Europa, che per certi aspetti era un po', sia pur brevemente, assomigliato allo slancio risorgimentale, si è per molti versi smorzato di fronte a una Costituzione europea che è lunga come un libro, alla eccessiva burocratizzazione – ed al ruolo "ingombrante" che hanno teso ad assumere i paesi più "forti" (Germania, Gran Bretagna, Francia). Non Europa dei popoli, ma Europa della burocrazia.Così, tuttavia, si rischia spesso di dimenticare il bicchiere "mezzo pieno" e il fatto che per la prima volta, pur fra mille difficoltà, gran parte del nostro Continente è riuscita a creare una struttura comune. La crisi che ci ha colto potrebbe, del resto, anche offrire una buona occasione per restituire al popolo, quello che riuscì a cogliere di sorpresa i regimi "mummificati" attestati per decenni sui loro privilegi, quello che salì sul muro di Berlino in quei giorni di ottobre, quello che si avventurava in Occidente attraverso l'Ungheria, la sua piena sovranità sul Continente in cui vive ed ha costruito una storia per tanti versi così felicemente ed incredibilmente ricca. Sono questi popoli che debbono trovare la forza per costruire un'Europa dei cittadini…Certo, le previsioni fatte in quei mesi in Occidente, e in Italia in particolare, viste oggi appaiono malate di un eccessivo ottimismo e di un tremendo semplicismo, che deriva probabilmente soprattutto dalla conoscenza sommaria e superficiale dei paesi dell'ex patto di Varsavia e, per altre ragioni, dalla sopravvalutazione – ma anche dalla sottovalutazione – della Russia e del suo ruolo. E si era anche sopravvalutata la capacità di autogenerazione della democrazia, ove dovesse partire da una base come quella russa, con un mondo ortodosso tradizionalmente "schiacciato" sull'autorità politica, spesso avvezzo al rigetto di un denaro visto ben più come "sterco del diavolo" che quale fattore di crescita economica e di sviluppo, con l'antica abitudine al centralismo, all'autoritarismo, ad un nazionalismo orgoglioso, imperiale e imperioso, prepotente anche se straccione: cannoni e non burro! Per lo stesso motivo, ecco la nostra sottovalutazione di un antico fattore come la tradizionale capacità del popolo russo di "rinunciare a star bene" pur di rivestire un nuovo ruolo mondiale, della ferrea determinazione a ricostruire l'impero che caratterizza la sua nomenclatura, del ruolo "perenne" svolto dalle polizie segrete e dall'esercito.Morale: E' necessario porsi realmente in condizione di conoscere tutti questi popoli, di conoscerli oggi e di ricollocarli nella storia europea – anche in quella di ieri. Rendersi conto di quanto la nostra civiltà comune sia stata costruita da tutti noi insieme. La insufficiente conoscenza ci ha anche impedito di interpretare in modo soddisfacente i diversi aspetti di questo cambiamento vorticoso, di comprendere e prevenire, per quanto possibile, i pericoli che si sarebbero palesati solo negli anni successivi. Mi sembra, del resto, difficile immaginare uno scenario che, sia pur sulla base di una miglior conoscenza di quei popoli, possa indicare una soluzione serena e pacifica per il dramma balcanico. Ma in fondo bisogna pur dirlo: quella stessa insufficiente conoscenza ha in qualche modo potuto contribuire a suo tempo ad un ottimismo e ad uno slancio senza il quale forse non ci saremmo imbarcati in certe operazioni: quando si parlò di riunificazione della Germania, Andreotti ed altri in Europa, proprio sulla base della mancanza di questo slancio, e per un loro radicato e miope conservatorismo, le erano contrari, mentre erano favorevoli alla conservazione "in eterno" del muro. E la stessa scelta dei tempi – quella che venne e viene a volte definita "fretta" nella ricostruzione dell'Europa –, è forse uno dei portati di questa "felix culpa", se così posso esprimermi. Rallegriamocene e cerchiamo di guardare avanti con maggiore consapevolezza e conoscenza del Continente, ma con lo stesso entusiasmo, senza il quale si costruisce l'Europa dei burocrati e dei portaborse, e non una casa comune libera e forte.

sabato 9 maggio 2009

Da e di Marco De Turris

domenica 14 settembre 2008
Poche considerazioni sul fascismo
Che cos’è il peronismo? Nessuno, né storici né pensatori politici, anzi nemmeno i peronisti stessi, è mai riuscito a fornire una definizione di questo movimento politico argentino. In esso hanno convissuto e convivono comunisti e fascisti, simpatizzanti di Castro ed ammiratori di Hitler, massoni anticlericali e cattolici integralisti. E’ una corrente nata nelle forze armate ed il cui massimo rappresentante era un militare, ma che ha trovato proprio nell’esercito i suoi maggiori oppositori. E’ un’ideologia normalmente catalogata quale “di destra”, ma che ha avuto ed ha tuttora l’appoggio dei maggiori sindacati argentini.
Il peronismo, sin dalla figura del suo fondatore Peròn, è però, da tutti, giustamente considerato un movimento analogo al fascismo italiano ed anzi largamente ispirato proprio a quest’ultimo.
In modo analogo, nessuno è mai riuscito a dare una definizione del fascismo italiano, fenomeno storico il quale è paragonabile ad una galassia, in cui, all’interno d’un comune “campo di forza”, hanno gravitato costellazioni di pensatori, uomini politici, gruppi sociali diversissimi se non contrastanti.
L’argomento sarebbe molto lungo da affrontare, per cui mi riservo di fornire alcune indicazioni di volta in volta. Ora intendo ricordare uno degli aspetti più singolari della diversificazione interna al “fascismo”, ovvero quella regionale.
Benito Mussolini ed i suoi primi sodali erano notoriamente romagnoli, però il fascismo come movimento organizzato nacque a Milano, si diffuse nelle campagne della pianura padana, poi conquistò le città del nord, infine giunse al sud. Questa dinamica è conosciuta, mentre invece si sono meno evidenziate le diversità interne.
Il fascismo romagnolo aveva un’anima repubblicana (Balbo in primis), che oscillava fra le eredità del socialismo, o persino dell’anarchia, e quelle del nazionalismo, ben rappresentate da Farinacci. Il fascismo milanese era invece segnato da connotati maggiormente intellettuali e combattentistici, i quali bramavano “modernizzare” l’Italia, coniugando istanze socialiste, tecnocrazia, nazionalismo. Decisamente monarchico e filo-clericale il fascismo piemontese, con numerosi militari fra i suoi aderenti, però singolarmente abbastanza anti-capitalistico.
Un caso a sé invece era il fascismo veneziano, assai importante, ma pochissimo studiato. Volpi di Misurata ed i suoi amici erano massoni e legati all’ambiente dell’alta finanza, e rappresentavano in un movimento teoricamente popolare, con un’anima in fondo anti-borghese ed anti-moderna, idee prettamente liberali (ma elitarie), liberiste e, come accade solitamente in questi casi, fortemente anglofile.
Il fascismo toscano era forse quello più duro e battagliero, tanto che fra i maggiori gerarchi della RSI c’erano moltissimi Toscani, al punto che la repubblica di Salò fu soprannominata ironicamente “granducato di Toscana”. Esso era un fascismo assieme guerriero e rivoluzionario, ostile al socialismo come al liberalismo, e s’ispirava a modelli totalitari più che autoritari. Inoltre, molti fra i maggiori esponenti intellettuali del fascismo erano Toscani.
Il fascismo romano aveva due anime. La prima era quella dell’ “aristocrazia nera” romana, nera non per l’adesione al fascismo, bensì per essere da secoli ultra-cattolica e clericale. Essa non era in verità nazionalista, essendo l’Unità d’Italia raggiunta con la breccia di Porta Pia, e non approvava assolutamente la modernità in nessuno dei suoi aspetti. La sua ideologia era quella dell’ultramontanismo cattolico, quindi aveva nel Papa, e non nel Duce o nel Re il suo punto di riferimento. Aveva poi a Roma il suo epicentro il tradizionalismo di natura “pagana” (Evola ed i suoi collaboratori ed amici), numericamente assai ridotto, però di grande importanza culturale, persino più reazionario di quello cattolico, però certo assai diverso, sebbene punti di contatto e di reciproca simpatia non mancassero fra i due gruppi. Evola anzi era egli stesso un membro della nobiltà romana.Infine, il fascismo meridionale sorto per ultimo fu in verità l’adesione da parte dei vecchi ceti liberali del Sud alla nuova ideologia fascista, non tanto per convinzione, quanto per interesse. Gran parte di questi notabili locali poi cambiarono nuovamente cavallo, divenendo demo-cristiani.
Ribadisco che non si deve parlare di "fascismo", bensì di "fascismi" al plurale, di cui quello di Salò fu soltanto l'ultima, ed assai poco rappresentativa, manifestazione.
Pubblicato da Marco De Turris a 18.00

giovedì 30 aprile 2009

I Sacri Fuochi di Beltaine - Celti

La vera festa del Primo Maggio

C'è una festa per il lavoro che gli italiani dovrebbero commemorare il 2 luglio, in aggiunta o in alternativa a quella del I° Maggio; è la data dell'affondamento della nave Arandora-Star, oppure l'evento che nel maggio 1898 spinse il Generale Bava Beccaris ad aprire il fuoco sul popolo lavoratore assiepato per le strade di Milano, che causò la morte di 80 di loro. Insomma, ne avremmo motivi nostri per "ricordare" vittime del lavoro in accorato e dovizioso silenzio, anzichè essere obbligati a seguire pedissequamente l'imposizione di festeggiare rumorosamente il ricordo di un evento doloroso: i martiri del lavoro di Chicago.

E invece del silenzio, si organizzano feste assordanti, come quella del concertone di Roma, che interessa solo una frangia, forse pur grande, di persone, ma che invece tutti sono costretti a contribuire nelle spese, pagandola in un modo o nell'altro. Quello di quest'anno, poi, gli organizzatori avrebbero avuto, nel terremoto d'Abruzzo, un motivo in più per soprassedere e dedicare quelle risorse agli aiuti per i terremotati. E Vasco Rossi, che nella pubblicità televisiva per promuovere l'evento ha parlato di solidarietà, e di voler rendere agli italiani quanto da loro ha ricevuto, sarò curioso di sapere se lo farà gratis, o dietro lauto compenso. Lo stesso discorso vale per i personaggi che si accalcheranno dietro all'evento.
Le feste dovrebbero essere indette per ricordare eventi felici, come facevano i Celti, che hanno abitato per secoli le terre del nord, Italia compresa, i quali avevano istituito la vera festa del Primo Maggio.

Il primo maggio per i Celti era motivo per grandi festeggiamenti: Beltaine il nome della festa, che grosso modo coincideva con il calendimaggio.
Floralia per i romani, Walpurgisnacht per i germani, essa si è trasfusa, al giorno d'oggi, nell'assai più profana festa del lavoro, o, peggio ancora, festa dei lavoratori. Tra le popolazioni antiche, la festa del primo maggio aveva invece valenze simboliche e religiose assai diverse che non oggi; tra i Celti, essa segnava l'inizio della metà luminosa dell'anno e le venivano associate cerimonie di diverso tipo. In Irlanda, dove la civiltà celtica è durata più a lungo, Beltine indica il mese di maggio.
Per i Celti, una delle divinità della luce era Bel, da cui Beltaine, festa della luce. Il nome Bel è forse alla radice (oppure si tratta di un alter ego) del dio Belenos, che il destino ha voluto sopravvivesse nel dialetto genovese, ad indicare la parte virile maschile (e qui Luca L. mi è stato di prezioso aiuto: vedere suo commento sul mio blog). Il "palo di Maggio", o del "Calendimaggio", o "della Cuccagna", diffuso in tutto il folklore europeo (soprattutto in Austria e Germania) sembra sia da mettere in relazione con quegli antichi festeggiamenti al dio Belenos, proprio per la forza, audacia e virilità necessarie per conquistare i premi posti alle sommità di "alti" pali. Molti aspetti della festa erano poi rivolti alla fecondità, legandola all'immagine virile del dio celto-ligure Belenos. Molti racconti descrivono questa festa come costellata di banchetti e bevute. Il fuoco rivestiva un ruolo preminente nella festa; anticamente, tra le popolazioni celtiche, si usava far passare il bestiame tra due fuochi "purificatori". Ancora oggi, nella citta di Camogli, in Liguria, si accendono due enormi fuochi simbolici per la festa che vi si celebra nei primi giorni di maggio, detta "sagra del bagnun". Si svolgevano poi riti di tipo giuridico-religioso: in tale occasione venivano consumati matrimoni "a scadenza", che sarebbero durati per un anno, cioè sino al successivo Beltaine. Questa usanza richiama da vicino alla memoria quella dell'usus, che era una delle tre forme romane di matrimonio, consistente appunto nella convivenza protratta per un anno ininterrotto della donna con un uomo: perchè l'effetto giuridico del matrimonio non si verificasse, la donna doveva allontanarsi per almeno tre notti consecutive dalla casa del convivente. Curiosamente, in Galles la festa durava proprio tre giorni (sino al tre maggio). Anche l'ebbrezza sacra era parte integrante della festa: essa permetteva il contatto con l'altro mondo.
Quella festa, quel modo di festeggiare il Primo Maggio presso i Celti è sopravissuta forse più di un millennio, fin quando cioè i Celti non furono completamente amalgamati con la civiltà romana.

Libera riduzione da RADICI, supplemento culturale a LA VECCHIA FILANDA
I sacri fuochi di Beltaine - Di Alberto Lombardo.

lunedì 27 aprile 2009

La Resistenza cancellata: Antifascisti uccisi più dai comunisti che da Mussolini

S’è appena consumata la fiera dell’ipocrisia del 25 Aprile festa della Liberazione, festa dell’antifascismo. Ma se davvero vogliamo onorare le morti degli antifascisti in 'toto', dobbiamo ricordare sia quelle deliberate dal Tribunale Speciale di Mussolini, sia quelle, ben superiori di numero, comminate nel corso dei processi di Mosca.Non è più accettabile un'ideologia ufficiale che così semplicisticamente oppone solo fascisti e antifascisti, quando si apprende che il comunismo ha massacrato più antifascisti del fascismo. Perché non entra mai nel "discorso pubblico" e tanto meno nei libri degli storici "ufficiali" il "fattore K"? Vogliamo davvero celebrare l'antifascismo? Bene perchè non riflettere sulla macelleria comunista di antifascisti e operai comunisti.I fatti, terribili, ebbero due scenari: Mosca e la Spagna. E si svolsero soprattutto a partire dal 1936. Ma già negli anni precedenti gli antifascisti italiani riparati a Mosca erano entrati nel tritacarne.Cito solo un caso fra quelli ricordati da Ugo Finetti, autore del libro “La resistenza cancellata”: l'anarchico Francesco Ghezzi. Viene arrestato nel 1929 in Urss, dov'era esule, perché, secondo il regime, egli avrebbe organizzato attentati. Gli anarchici europei non credono alle accuse e chiedono al Cremlino le prove. A ribattere beffardamente è Togliatti che - come sempre - si schiera con Stalin: “per noi comunisti, la questione delle ‘prove' è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca (...). Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico. E' evidente che a una richiesta di questo genere non possono essere favorevoli che i nemici del regime dei soviet e della dittatura proletaria".In seguito alle proteste internazionali il Ghezzi viene rilasciato nel 1931, ma tre anni dopo è di nuovo arrestato e sparisce nelle tenebre del Gulag siberiano dove muore nel 1941, a Vorkuta. ÙE' solo uno dei tanti casi. Sarà soprattutto con l'inizio del grande Terrore, verso il 1935, che l'antifascismo esule in Urss viene schiacciato da Stalin. Finetti, nel volume citato sopra , ricostruisce il ruolo terribile di Togliatti in questa tragedia, il suo scontro con Gaetano Salvemini e la drammatica lettera aperta che Victor Serge (anch'egli era stato in Urss, poi arrestato dal regime comunista e rilasciato solo grazie alla protesta internazionale) gli scrisse nel 1945, quando Togliatti era diventato ministro della Giustizia italiano: “Signor Ministro, che ne è degli antifascisti rifugiati in Urss?”.Secondo Finetti "ancora oggi si tenta di occultare soprattutto la responsabilità diretta di Togliatti in quei procedimenti giudiziari". Un esempio è il caso di Edmondo Peluso. "Nel 1964" scrive Finetti "Guelfo Zaccaria pubblica la prima documentazione su 200 antifascisti giustiziati. Il Pci nega e ci vorranno circa trent'anni perché la cifra sia riconosciuta veritiera anche da Alessandro Natta".C'è poi lo scenario spagnolo. Una delle grandi rimozioni della storiografia è il terrore che i comunisti scatenarono, su ordine di Stalin, fra gli antifascisti anarchici, socialisti, liberali, repubblicani, trotzkisti. Nel maggio 1937, scrive Paolo Pillitteri, "i comunisti, tramite la Nkvd, procedettero alla eliminazione, nella sola città di Barcellona, di 350 persone ‘nemiche', cioè trotzkiste, ferendone 2.600". Fra gli uomini di Stalin in Spagna vi furono in primo piano Orlov, protagonista delle "purghe", e - di nuovo - Togliatti, "che dirigeva il partito comunista spagnolo e le forze militari comuniste per conto di Mosca".Particolarmente clamorose (e crudeli) le eliminazioni - da parte dei sovietici - di antifascisti importanti come Nin, Berneri e Barbieri. Tutti amici di Rosselli anch'egli eliminato in quei giorni col fratello a Parigi da una fantomatica organizzazione, oggi sospettata da ricercatori scrupolosi di aver agito per conto dei sovietici (con cui i Rosselli erano allo scontro). D'altronde, dopo la vittoria franchista in Spagna, “Stalin volle l'eliminazione di non meno di 5 mila combattenti spagnoli (antifascisti, ndr) rifugiati in Urss”.Perché? Qual è lo scopo di una tale carneficina? A spiegare la guerra dei comunisti contro tutti gli altri antifascisti, secondo Pillitteri, fu proprio Togliatti su "L'Internazionale comunista" dove scriveva delle purghe staliniane. Secondo Togliatti occorreva “liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista”, per questo le organizzazioni operaie dovevano essere "epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d'ordine fasciste".Era veramente così? Erano davvero sospettabili di "fascismo" gli epurati? E' vero il contrario. Si resta di sasso quando si scopre che proprio in quello stesso periodo del 1936 Togliatti e il suo Pci lanciano l'incredibile "Appello ai fratelli in camicia nera", che comincia con queste parole: "I Comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma. Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi... Noi non vogliamo prestarci al gioco dell'imperialismo inglese...".Questo sconcertante documento non è un imbarazzante incidente, ma esprime esattamente la strategia staliniana. A Stalin in Spagna non interessava affatto la lotta al fascismo e al nazismo. Egli perseguiva ossessivamente un altro obiettivo: l'eliminazione di tutte le possibili fonti di contagio delle idee democratiche o socialdemocratiche. E puntava a un accordo strategico con Hitler e Mussolini contro le democrazie europee.Lo constatò pure Leo Valiani in un'intervista alla "Repubblica" del 1998: "Fin dal 1937 - lo ha denunciato Trotzky - Stalin mirava a un accordo con Hitler. Avrebbe raggiunto l'intento due anni dopo con il patto Molotov-Ribbentrop". E questo infame "patto" è l'altro enorme capitolo censurato e rimosso. Sono ben pochi gli studenti italiani i quali imparano a scuola che la seconda guerra mondiale è stata scatenata da Hitler grazie al patto di alleanza stretto nell'agosto 1939 con l'Urss la quale si spartì con la Germania il bottino: la Polonia e i paesi baltici. Per ben due anni, metà della guerra, fu Stalin il grande alleato di Hitler. E i Pc europei si allinearono. Finetti ricorda il caso di uno dei fondatori del Pci, Umberto Terracini, un galantuomo, a cui ripugnava quell'alleanza col nazismo antisemita: "l'ebreo Terracini, al confino in Italia, viene espulso dal partito per aver criticato la scelta di Stalin".Fosse stato in Urss che fine avrebbe fatto? A metter fine alla sconcia alleanza nazicomunista che aveva scatenato la guerra non sarà Stalin, che avrebbe voluto intensificare il sodalizio, ma Hitler. Cosicché Tzvetan Todorov, nel suo libro sui lager, "Di fronte all'estremo", osserverà: "Che a Norimberga i rappresentanti di Stalin condannino a morte quelli di Hitler sfiora l'oscenità".A queste conclusioni ci inducono i documenti storici. Ripeto: i documenti storici. A coltivare sistematicamente la loro ignoranza e la loro "rimozione" non è l'opinione pubblica moderata, ma quella sedicente colta, quella "engagé", quella che scrive libri e articoli di storia con gli occhiali dell'ideologia. E quella che scende in piazza accanto ai “tubi digerenti” a commemorare le morti degli antifascisti, uccisi da Mussolini, sventolando bandiere rosse con falce e martello.
Needle (riassunto da Storia Libera)

sabato 25 aprile 2009

Dell'ignoranza storica

Premio Bamba all'ignoranza storica (pubblicato su ecopolfinanza)

Al sindaco di Parigi, Vittorio Feltri ha conferito il Premio Bamba di ieri sera. L'ha meritato in seguito alla frase pronunciata in un discorso, o intervista, nella quale ha dichiarato che "in Italia si trovava meglio quando sindaco di Roma era quello precedente"(Veltroni).Questo fatto, unito al contenuto di due post, che linko più sotto, e dei quali consiglio la lettura, mi porta a suppore che costui di storia sappia assai poco, mentre invece dovrebbe conoscerla quasi a menadito, dato il posto di rilievo e di prestigio che occupa. Il popolo della strada suppone infatti che chi è chiamato a svolgere ruoli di così alto livello, abbia anche un grado di cultura elevato, consono e proporzionato a quel mandato.Cosa ne sa costui dei trascorsi politici dell'ex sindaco di Roma, e quindi cosa ne sa di storia, se è giunto alla conclusione di preferire Veltroni ad Alemanno? Di Alemanno, si sa universalmente che proviene dalle fila del Movimento Sociale, il quale affonda le proprie radici storiche dove tutto il mondo sa. Ma di Veltroni? Che ne sa costui, il sindaco di Parigi? Un bel niente, a quanto pare. E non è detto che l'ideologia con la quale è stato formato Veltroni, fin da piccolo, fosse umanitariamente migliore di quell'altra; anzi, leggendo gli articoli a futura memoria, da me recensito dal blog di Anna Vercors e quest'altro, sempre de Il Mascellaro, sembrerebbe di poter affermare quasi il contrario, se in un paese come la Polonia, il regime comunista con loro confinante è "riuscito" a "disperdere" (eufemismo di tutt'altra parola) più di un milione e mezzo di polacchi, rei di essere contrari all'ideologia comunista "dilagante"che si sarebbe voluta imporre con la forza, anche lì da loro.Pensate per un attimo a cosa sarebbe successo in Europa, se non ci fosse stata una forza contraria a tale espansione (e con questo non è che voglio parlare bene di costoro: non fraintendiamoci!). E, in particolare, cosa sarebbe successo dell'Italia?Per questo si può affermare con forza che chi si candida a voler occupare certi posti, dovrebbe conoscere quasi a menadito la storia, per evitare, poi, certe misere figure, come è capitato in questo frangente al sindaco di Parigi; o, peggio ancora, che si debba poi fare "carte false" per cercare di tener nascosti certi trascorsi.