venerdì 25 dicembre 2009

Ritorno alla sinagoga


La storia dei settanta contadini pugliesi che negli anni Venti diventarono ebrei e nel 1948 emigrarono in Israele

Sannicandro, oggi San Nicandro, è una cittadina pugliese, un paesotto del Gargano che poco ha di urbano a tutt’oggi, figuriamoci alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando vi iniziò un’avventura straordinaria, quella che portò una settantina dei suoi abitanti a diventare ebrei, ad attendere molti anni di potersi convertire formalmente all’ebraismo e infine a trasferirsi in Israele, subito dopo il 1948. Erano, quelli successivi alla Prima guerra mondiale, anni percorsi da fermenti politici e religiosi di ogni tipo anche nel sud, profondamente modificato dalle migrazioni di tanti suoi figli in America. Diffusi ed attivi nel proselitismo erano i protestanti, in particolare i movimenti pentecostali. Il protagonista di questa vicenda, unica nella lunga storia dei rapporti tra mondo cristiano e mondo ebraico, è un bracciante analfabeta, Donato Manduzio, tornato invalido dalle trincee della Grande guerra. In ospedale ha imparato a leggere e a scrivere e, costretto alla quasi immobilità, passa il tempo immerso nelle letture. Letture disparate, spesso casuali. Quando un vicino gli regala una Bibbia avuta da un predicatore pentecostale – una Bibbia in italiano, nella traduzione di Lutero – Manduzio vi si immerge totalmente, scoprendo che nel testo biblico non si faceva parola né della Trinità né del Papa né di Gesù e che vi si narrava invece di un popolo perduto in paesi lontani a cui Dio apparve sulla montagna consegnando la “vera fede”. Intorno a lui cominciano a radunarsi amici, parenti, vicini. Il gruppo discute le parole lette da Manduzio, con ingenuità e curiosità, senza preconcetti.

E’ la prima volta che hanno l’occasione di affrontare direttamente la parola di Dio. A poco a poco, da semplice lettore, Manduzio diviene un interprete, pervaso di messianesimo e di tensioni mistiche, mentre i suoi seguaci imparano a leggere e a scrivere.
Di fronte a questa grave violazione religiosa – la lettura del testo sacro in italiano – intervenne il prete del luogo. Non solo però non riuscì a spuntarla, ma perse anche il suo sacrestano, che si unì al gruppo di Manduzio. Si fecero vivi anche i luterani, convinti di far proseliti e di strappare fedeli ai papisti. Ma, se la lettura della Bibbia aveva convinto Manduzio e i suoi seguaci che il cattolicesimo non aveva granché a che vedere con quanto ritrovavano nel testo, non li aveva però spinti nella direzione di una conversione al protestantesimo. Erano giunti alla conclusione che la vera fede fosse quella ebraica, come era esposta nel testo biblico, e si proclamavano ebrei. Erano convinti, d’altronde, che gli ebrei non esistessero più, che fossero stati soppiantati dai cristiani. Insomma pensavano fermamente di essere gli unici ebrei sulla faccia della terra. Cominciarono a osservare il sabato, a tenersi lontani dai riti cattolici, ad adottare quelli ebraici che imparavano faticosamente a conoscere studiando il Levitico.

Erano ovviamente molto distanti dalla ritualità ebraica vera e propria, non conoscevano il Talmud, e il loro unico punto di riferimento era il testo biblico. Ma quando vennero casualmente a sapere che di ebrei sulla faccia della terra, e perfino in Italia, ce ne erano ancora molti, e che se volevano essere davvero ebrei dovevano mettersi in contatto con loro, decisero di scrivere a Roma e di informare il rabbino capo dell’esistenza della loro comunità, chiedendo di essere convertiti. Per due volte le loro lettere restarono senza risposta, poi, infine, ricevettero risposta. David Prato, il rabbino capo della Comunità di Roma, li esortava ad attendere tre anni meditando sul passo che volevano compiere, prima di affrontare il problema della conversione. Nel frattempo, Roma inviava loro testi biblici, scialli e libri di preghiera. Era il 1934.

Lentamente, il paese si abituava alla presenza di quel gruppo di “ebrei” che mangiavano secondo le regole ebraiche, celebravano le feste ebraiche, leggevano la Bibbia, pregavano e creavano canti religiosi. Le tensioni semmai furono interne, tanto è vero che si formarono due comunità in conflitto, quella rimasta intorno a Manduzio ed una fondata dal ciabattino Mattoni. Ma i tempi stavano diventando sempre più grami. I protestanti erano sottoposti a molte restrizioni, e nel 1937 anche i seguaci di Manduzio furono ammoniti e multati pesantemente dalla polizia. Non si trattava di antisemitismo, ma del sospetto che le loro riunioni nascondessero attività antifasciste. In quell’occasione, intervenne l’Unione delle comunità israelitiche a chiarire la situazione. Il presidente Raffaele Cantoni si recò a Sannicandro a visitare questi strani ebrei, portando loro in dono libri.

Nel 1938, passati i tre anni, Manduzio ricevette infine dal rabbinato una lettera che li esortava, per il loro bene, ad avere ancora pazienza: il momento non era molto favorevole agli ebrei, meglio aspettare che passasse la bufera delle leggi razziali. Sul momento, convertirsi all’ebraismo non era cosa consigliabile. Una decisione che a Sannicandro venne interpretata come un rifiuto, e molto sofferta. Nel 1940, con l’entrata in guerra, il Sud si riempì di campi di internamento per ebrei italiani e soprattutto stranieri, Mai, dopo il 1540, data dell’espulsione definitiva degli ebrei dal meridione d’Italia, queste zone avevano visto tanti ebrei. A soli cinquanta chilometri da Sannicandro, a Manfredonia, fu creato un campo di internamento, dove furono rinchiusi molti ebrei tedeschi, ma a Sannicandro la vita continuava a scorrere senza troppe tensioni. Soltanto poco prima dell’8 settembre, i tedeschi, che si avviavano ormai ad abbandonare la zona incalzati dall’avanzata alleata, si fermarono in paese a chiedere dove fossero gli “ebrei”, ma il paese intero li protesse.

Venne la liberazione, con gli angloamericani che circolavano ovunque distribuendo cioccolata e sigarette. Fu in questa circostanza che gli ebrei di Sannicandro scoprirono, increduli ed estasiati, la stella di Davide sulle camionette. Era la famosa brigata ebraica, formata da ebrei della Palestina arruolati nell’esercito inglese. Sarà un ufficiale di quella Brigata, Phinn Lapide, a stringere più forti rapporti con loro, a leggere le carte di Manduzio, il suo diario, la documentazione che raccontava quei tredici anni, dal 1930 in poi, in cui si era formata la piccola comunità. Nel 1953 scriverà sulla loro vicenda un libro, “The prophet of San Nicandro”, tradotto in italiano nel 1958 con il titolo “Mosè in Puglia” (Longanesi). Fra quanti, incuriositi dalla sua storia, andarono a far visita a Manduzio, ci fu anche, nel marzo 1944, un ufficiale dell’esercito inglese. Era un ebreo italiano che veniva dalla Palestina ed era impegnato in una missione volta a soccorrere gli ebrei ancora sotto l’occupazione nazista. Si chiamava Enzo Sereni, e viene oggi considerato uno dei padri fondatori dello stato d’Israele.

Nel maggio dello stesso anno, compirà la sua ultima missione, paracadutandosi in Toscana, dove sarà arrestato dai nazisti, per morire poi a Dachau. Finita la guerra, gli ebrei di Sannicandro otterranno infine di convertirsi, non senza ulteriori difficoltà. La conversione, una conversione di massa senza precedenti di settanta persone fra uomini, donne e bambini, avvenne nell’agosto 1946. Donato Manduzio, fortemente contrario a lasciare la sua terra per il nuovo stato degli ebrei, si spegnerà nel marzo del 1948. Tra il 1948 e il 1950, i suoi seguaci faranno tutti l’aliyah in Israele, stabilendosi vicino a Tzfat, e a Sannicandro rimangono solo cinque ebrei. Attualmente, sono una cinquantina e mantengono in vita una piccola comunità.
Ma qual era il contesto culturale in cui la conversione di Sannicandro è nata? Quali le memorie della presenza ebraica nel sud d’talia, dopo secoli dall’espulsione? Nell’Alto Medioevo, gli ebrei italiani erano stanziati soprattutto al sud, sulle coste.

La Puglia era particolarmente importante: qui in quei secoli, nelle fitte comunità ebraiche che la popolavano, era stato introdotto il Talmud babilonese e si era, sembra, costituita la stessa forma comunitaria. Questo mondo era finito già all’inizio del secondo millennio, e gli ebrei rimasti nel meridione erano stati convertiti a forza o esiliati sotto la dominazione angioina. Nel Trecento le sinagoghe pugliesi erano state trasformate in chiese. Ma non era questa, la memoria dietro quella conversione. Più recente era il ricordo delle conversioni e dell’esilio che accompagnarono l’inizio della dominazione spagnola, e soprattutto del fenomeno del marranesimo: il criptogiudaismo di convertiti a forza, o di discendenti di convertiti, che continuano a mantenere nascostamente credenze, riti ed usanze degli ebrei, duramente perseguitati dall’Inquisizione, mandati sul rogo ove scoperti. Il sud d’Italia è pieno di reminescenze famigliari (nomi, usanze, particolarità) a cui far risalire una lontana origine ebraica perduta nelle generazioni.

Manduzio non guarda a questa memoria. Legge la Bibbia, non sa di Talmud, Mishnah, cultura rabbinica. Il suo ebraismo, quello dei suoi seguaci, viene direttamente dal testo biblico. Ma su qualcosa doveva pur innestarsi. Pensiamo innanzitutto, alla vasta diffusione del protestantesimo, con cui lo stesso Manduzio, prima di accostarsi all’ebraismo, era venuto in contatto, alla pratica di una lettura diretta del testo biblico di matrice protestante, anche se diverse sono le conclusioni che Manduzio ne trasse. Inoltre, ricordiamo che ci sono stati nel sud d’Italia, prima di questo, casi di cattolici, non discendenti da ebrei convertiti, che si scoprivano ebrei leggendo i testi. “Vecchi cristiani”, per dirla usando il linguaggio del tempo, che volevano diventare ebrei non per trovare radici più o meno lontane, ma per convinzione. Qualche anno fa uno storico, Giovanni Romeo, ne ha tratti alcuni dall’oblio.

Finivano assai male, naturalmente: sul rogo, in prigione, suicidi, considerati pazzi. Figure affascinanti, di persone qualunque o di mistici e intellettuali, come Giulio Cesare Gambardella, un giovane napoletano tormentato da una deformità fisica e considerato “scemo di cervello”, torturato e condannato al carcere perpetuo nel 1579, come Giovanni Leonardo Gatto, anch’egli napoletano, dottore in legge, dichiarato insano di mente, e soprattutto come il pugliese Ottavio d’Arimini, filosofo e teologo, che sarà giustiziato a Roma dopo un processo in cui si era dimostrato “del tutto miscredente dela fede christiana” e credente invece in “un solo Iddio in cielo a costume di hebrei”. Un altro caso interessante è quello di Scipione Vallati, anch’egli di origine pugliese, un giovane colto che a Napoli nel 1605 decide di rifiutare il cattolicesimo e di farsi ebreo, arrivando a tentare di circoncidersi. Denunciato in ospedale dal suo confessore, morirà prima che il processo inquisitoriale sia compiuto. Nelle sue dichiarazioni, oltre all’esaltazione del monoteismo, un acceso spirito messianico. Questi casi, per quanto sporadici, rivelano come l’ebraismo possa aver giocato un ruolo importante come punto di riferimento di un dissenso religioso diffuso soprattutto al sud nei primi decenni della dominazione spagnola. Gli stessi della fuga di Giordano Bruno e della congiura di Tommaso Campanella, in un momento di riflusso delle spinte riformatrici di matrice protestante.

C’è infine un’altra matrice che merita di essere analizzata nella ricerca dell’origine della conversione di Sannicandro: la cultura contadina. Una volontà forte di apprendere, un desiderio di mettere la cultura alta al vaglio della propria critica, testardaggine e se vogliamo anche molta confusione, e l’idea che apprendere ti metta in grado di decidere. C’è un senso forte delle proprie autonome capacità di comprendere in un analfabeta che impara a leggere e si fa maestro e quasi profeta. Come Campanella, anche Manduzio si era macerato gli occhi sull’olio delle lampade e aveva anteposto la cultura a tutto il resto. Un filo rosso unisce i vari aspetti di questo mondo bizzarro della cultura eterodossa del Sud d’Italia, in tutte le forme che assume, nel Dio che nega come in quello che accetta.

di Anna Foa

giovedì 12 novembre 2009

La festa di San Martino a Venezia

Ieri è stata l'Estate di San Martino, un giorno molto atteso dai bambini di Venezia; festeggiato fin dalle prime ore del giorno, alla loro maniera gradevolmente chiassosa. La festa ci viene documentata da Fausto, tramite il suo blog molto ben curato, Alloggi Barbaria blogspot.
Dietro sua preventiva autorizzazione la ricopio integralmente, comprese le foto, le quali, per ragioni dovute alle mie scarse capacità tecniche, troveranno una collocazione diversa rispetto alla fonte originaria. Mi riferisco volentieri a questa festa fanciullesca veneziana, perchè non mi risulta sia altrettanto festeggiata qui da noi "sul continente". Ma i blogger più attempati forse ricorderanno se mai durante la loro fancillezza avvenivano feste del genere nei loro rispettivi paesi o città. In particolare mi aspetterei racconti da parte di Ambra e di Marcello, i quali, come suppongo, dovrebbero averne in abbondanza. Dal canto mio, e anche se purtroppo è riferito alla settimana santa, poichè di San Martino non ricordo di nulla, ho lasciato ampia testimonianza nel commentario di Fausto, di quanto avveniva di festosamente rumoroso dalle mie parti, al tempo in cui ero fanciullo.
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Post di Fausto
La Festa di San Martino a Venezia si è tenuta regolarmente come ogni anno, l'11 novembre. La Festa di San Martino è molto amata dai bambini che, secondo una secolare tradizione, girano per i vari negozi con mestoli e coperchi di pentole "minacciando" di cantare la filastrocca di San Martino (e battendo i loro attrezzi con vigore) se non gli viene dato qualche moneta o caramella. I titolari dei negozi cedono fin troppo facilmente a simili "ricatti", anche perchè, se i bambini non ricevono dei dolci, insistono con la canzoncina fino a perdere il fiato. A dire il vero la Festa di San Martino anche a Venezia ha risentito del momento economico non esaltante, quindi i bambini hanno ricevuto molti più dolci che monete. Come si è detto la Festa di San Martino viene celebrata solo dai bambini. Si è assistito quindi fin dal mattino al via vai di scolaresche (accompagnate dalle loro maestre) per le strade di Venezia, alla ricerca di normali negozi o pasticcerie disposte a pagare il dazio alla festa. Nel pomeriggio e fino a sera invece i gruppi di bambini erano più ridotti ma sicuramente più rumorosi, accompagnati dai genitori molto felici di rinnovare tramite i loro figli le usanze di questa antica festa. La Festa di San Martino è stata celebrata anche in Campo dei Frari con un suggestivo ritrovo di adulti e bambini illuminato da lampade colorate. Ancora di sera le pasticcerie ed i bar della città esponevano nelle loro vetrine i tipici dolci di San Martino, alcuni dei quali grandi come metà vetrina (vedi foto sotto). Alla fine della giornata i bambini sono tornati a casa esausti ma felici. Nelle loro tasche molti dolci e caramelle e qualche soldino, come vuole la tradizione.








domenica 1 novembre 2009

L’investitura di cavaliere di S.Stefano

Dal blog

http://narrare-dimammi.blogspot.com/2009/10/la-procedura-per-linvestitura-di.html

La procedura per l’investitura di cavaliere di S.Stefano.
Dal libro “ I cavalieri di Arezzo Cortona e Sansepolcro membri del Sacro Militare Ordine di S. Stefano Papa e Martire “ (edito da ETS) del prof. Bruno Casini che ha esaminato la documentazione dell’archivio di stato di Pisa e dall’archivio dell’ordine di S.Stefano.


“Giovanni Battista Lambardi di Arezzo, discese da parte del padre, da Fabiano figlio di Bernardino Lambardi e di M. Camilla di Girolamo Bacci e, da parte di madre, da M. Beatrice, figlia di Guasparri di Alessandro Tondinelli e di M. Marietta di Marco Fierabracci.
Il detto Giovanni Battista comparve davanti al vicario generale del vescovo di Arezzo e, per fare chiarezza sulla nobiltà dei suoi antenati produsse i capitoli, gli attestati e gli stemmi a colori, e designò come testimoni da esaminarsi le seguenti persone: Giovanni Battista Riccomanni, Donato di Gregorio Chiaromanni (ndr. seguono altri 7 testimoni)
Il 9 febbraio 1597,si svolse il processo per le provanze di nobiltà davanti al detto vicario generale e al cavaliere Angelo Mannini di Arezzo; redasse l’istrumento Valentino di Andrea Subbiano,notaio della Religione di S. Stefano.
I Dodici cavalieri del consiglio, nell’informazione inviata al granduca il 25 febbraio 1597,esposero che il Consiglio aveva veduto e considerato quanto il supplicante aveva prodotto e aveva trovato che egli,con il deposto dei testimoni e con fede pubblica aveva provato che discendeva, per padre madre e ava paterna dai Lambardi,dai Tondinelli e dai Bacci di Arezzo,tutte casate nobili e abili ai sommi onori fino al gonfalierato, per ava materna, dai Fierabracci, casata già ammessa al priorato e allora estinta;che egli supplicante aveva l’età di 20 anni.
Con un rescritto granducale del 16 dicembre del 1598 fu disposto: “Diaseli l’habito con questo che navighi”
Il 21 dicembre 1598, il detto Giovanni Battista prese l’abito di cavaliere milite dell’ Ordine di S.Stefano , in Pisa, all’età di 20 anni, per mano del cavaliere Silvio Piccolimini, gran contestabile. Le sue esequie furono celebrate il 19 agosto 1650.”

lunedì 26 ottobre 2009

Marco d'Aviano 2°parte

Marco d'Aviano, santo ed eroe dimenticato
Il suo Barbarossa è nelle sale, e Renzo Martinelli è già da tempo impegnato alla preparazione del suo prossimo film: Marco d'Aviano . Dovrebbe essere un film ancor più spettacolare del Barbarossa; infatti, se in questo ha dovuto ricostruire la Milano del XII secolo, nel Marco d'Aviano dovrà ricostruire la Vienna di fine '600. A rendere colossale il film, poi, ci dovrebbe essere la scena principale, la quale dovrebbe riguardare l'assedio di Vienna, iniziato il 12 luglio 1683 con l'arrivo delle prime avanguardie turche nei sobborghi di Vienna. La consistenza dell'esercito turco, al completo, è stata variamente valutata in 200.000 - 300.000 uomini, ma è più verosimile fossero all'incirca 140.000. Ammettendo per buono questo dato, sarebbero comunque stati il doppio rispetto alla coalizione formata da forze austriache, sveve, bavaresi, sassone, francone assommanti a 70.000 uomini, di cui 30.000, ben addestrati, provenivano dalla sola Polonia, comandati da re Giovanni Sobieski. I preparativi per la battaglia furono intrapresi la sera dell'11 settembre; l'indomani, domenica 12 settembre 1683, ebbe luogo quella che viene ricordata come la battaglia di Vienna ; una battaglia dal cui esito sarebbe dipeso il futuro corso della storia europea. In caso di vittoria ottomana, infatti, l'Europa sarebbe stata islamizzata di forza. E secondo il terribile progetto del gran visir Kara Mustafà, progetto che in Europa si credeva o si pensava di conoscere, questi aveva in mente di "espugnare Vienna e Praga, frantumare le forze di Luigi XIV sul Reno, e marciare su Roma per fare di San Pietro le scuderie del sultano".
Con un impiego di forze di quella proporzione, Vienna - assediata e parzialmente svuotata da suoi abitanti, datisi a precipitosa fuga nell'imminenza del pericolo - secondo quel progetto turco, sarebbe dovuta capitolare in pochi giorni. Invece resistette ad oltranza, dando così modo alla coalizione amica di organizzare gli aiuti. I viennesi sentivano che la posta in gioco era troppo grande: Vienna era considerata l'ultimo baluardo contro l'avanzata irrefrenabile dell'islam, che era culminata nel 1453 con la conquista di Costantinopoli (ora Istanbul) da parte dei turchi ottomani; impresa che aveva posto fine all'Impero Romano d'Oriente, o Impero Bizantino.
Il regista dovrà anche saper rappresentare il terrore patito dal popolo viennese durante i tremendi due mesi dell'assedio: "i bastioni non erano fortificati e muniti, i cannoni scarseggiavano, mentre dall'alto delle mura gli assediati potevano vedere le tende mussulmane che si stendevano a perdita d'occhio nei dintorni". Il terrore dei viennesi veniva anche alimentato dai racconti di quanto avvenuto 112 anni prima, nel 1571, nell'isola di Cipro, presa ai veneziani dall'assalto dei turchi. Era successo un fatto terrificante, di bestialità e crudeltà inaudita, oggi minimizzato e quasi trascurato dalla storia; una storia di cui rimando la lettura attraverso Wikipedia, riguardante l'assedio di Famagosta e l'orribile assassinio del suo Capitano Generale Marcantonio Bragadin , nonchè Governatore di Cipro (il fatto è descritto molto bene nel libro di Catherwood Christopher, "La follia di Churchill, l'invenzione dell'Iraq". Questi, con dovizia di particolari, ha descritto le atrocità compiute dai turchi ottomani che occuparono l'isola, e l'orribile fine cui fu sottoposta la numerosa scorta di Bragadin, andata là con lui in pompa magna, come fossero andati ad una festa, per firmare la resa e consegnare le chiavi della città. Erano completamente disarmati, in segno di pace). Tale fatto dovrebbe essere ricordato nel futuro film di Martinelli su Marco d'Aviano, per far capire agli spettatori la ragione di così grande paura nei confronti dei turchi ottomani. Famagosta, dopo 22 anni di ininterrotto assedio - forse il più lungo della storia - dovette capitolare, per stenti e fame; nè i residenti potettero contare su aiuti di esterni, o della madre patria Venezia, perchè impegnati nei preparativi per quella che sarebbe poi stata la battaglia che tanto ha influito sul successivo corso della storia: la battaglia di Lepanto , avvenuta il 7 ottobre 1571.
A padre Marco d'Aviano andrebbe riconosciuto il merito maggiore per la vittoria delle forze cristiane su quelle islamiche nello scontro decisivo di Vienna; lo si può intuire anche leggendo la sua biografia, unita agli atti per il processo di canonizzazione ( biografia di padre Marco d'Aviano ) . Eppure, nelle enciclopedie, nei libri di storia delle scuole superiori, almeno quelli più retrodatati, Marco d'Aviano non viene nemmeno citato. Completamente trascurato. Ne è riprova il fatto che, chiedendo in giro chi sia Marco d'Aviano, pochi o nessuno saprà rispondere; dovrebbe essere almeno conosciuto in Polonia e in Austria, sua patria adottiva, e soprattutto a Vienna, dove è sepolto, vicino ai reali d'Austria. Una rivalutazione, una riscoperta del beato, da quelle parti, pare sia però avvenuta solo di recente; prima, sembra sia stato dimenticato anche là. Infatti, quando nel 1883 "si celebrò solennemente il secondo centenario della liberazione di Vienna, nei discorsi e nelle commemorazioni di circostanza non ci si ricordò nemmeno di un certo padre Marco d'Aviano, il quale era stato, vedi combinazione! - una delle cause determinanti della grande vittoria che aveva salvato Vienna, l'impero, l'Europa. Dato il tempo e il luogo, non si può certo dire che si trattasse di un silenzio casuale". E sarà forse stato anche per la probabile venerazione di cui dovrebbe godere in Polonia, che papa Wojtyla, il papa polacco, prima di morire, ha voluto beatificarlo, domenica 27 aprile 2003, chiudendo il lungo processo di beatificazione e canonizzazione . Durato 300 anni, era iniziato nel 1703, dopo appena 4 anni dalla morte di padre Marco d'Aviano (beatificazione di padre Marco d'Aviano).

Marco d'Aviano, una vita da santo eroico, tutta spesa per la conservazione dell'indipendenza politica e religiosa dell'Europa dall'invadenza islamica turca ottomana. Santa, la prima parte della vita, anche per i miracoli documentati, che gli sono stati attribuiti; defatigante la seconda, per i numerosi viaggi - molto disagevoli per quell'epoca - compiuti per raggiungere le corti d'Europa, ove era molto richiesta la presenza di un frate già in odore di santità; santa ed eroica la terza ed ultima parte della vita, per la sua onnipresenza sui campi di battaglia, da Vienna, Buda, Belgrado, per sostenere e incoraggiare i soldati, spronandoli a combattere eroicamente per la salvezza del cristianesimo, e, con esso, dell'Europa.
Pubblicato da Marshall

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domenica 18 ottobre 2009

dal blog di Marcello di Mammi http://narrare-dimammi.blogspot.com/2009/10/primo-ottobre-1561-il-sacro-militare.html

Primo ottobre 1561


IL Sacro Militare Ordine di S.Stefano

viene istituito da Cosimo I dei Medici Granduca di Toscana.

Lo scopo principale era costituire una flotta navale e da sbarco, per la difesa delle coste e dei territori toscani ed in generale italici, dai pirati barbareschi, turchi, mori e quindi dall’Islam.
“..ad Dei laudem et gloriam ac fidei Catholicae defensionem marisque Mediterranei ab infedelibus custodiam et tuitionem…” .
Il papa Pio IV con la solenne Bolla "His, quae Pro Religionis Propagatione" del 1 febbraio 1562 ne decretò la costituzione "perpetuo erigimus ac instituimus" e ne approvò lo statuto "statuimus ac ordinamus".
L’Ordine fu successivamente consacrato, il 15 marzo 1562 nella Primaziale di Pisa, dal nunzio apostolico monsignor Cornaro.Inizialmente la sede doveva essere a Cosmopoli, l'attuale Portoferraio all'Isola d'Elba. Per questioni logistiche gli venne preferita Pisa ed il porto di Livorno per la flotta.

L’ordine fu intitolato a S. Stefano papa e martire (254-257 d.c.) e fu posto sotto la regola benedettina, la scelta di questo santo è riconducibile al fatto che, il due agosto, ricorrenza della sua festa, Cosimo I ottenne due importanti vittorie a Montemurlo nel 1537 (contro gli Strozzi) e a Scannagallo nel 1554 contro i senesi.
Le principali cariche dell’ordine erano e il Gran Maestro, che era il granduca, i dodici cavalieri del consiglio supremo, il commendatore maggiore, alter ego del duca, il gran contestabile che comandava le truppe da sbarco e gli assalti, l’ammiraglio generale delle galere che era il comandante della flotta e la conduceva in battaglia, il grande ospitaliere e il priore conventuale.L’ordine comprendeva tre specie di cavalieri: i militi, gli ecclesiastici e serventi.L’accesso all’ordine era altamente selettivo ed elitario, occorreva inviare una “supplica” al Gran Maestro e superare un processo di nobiltà, con tanto di notaio e cavalieri in qualità di testimoni. Il supplicante, ossia l’aspirante cavaliere, doveva documentare la nascita da genitori uniti da giuste nozze ed in luoghi riconosciuti come città nobili, avere più di 17 anni, l’appartenenza di tutti e quattro gli avi al ceto nobile, avere un patrimonio consistente, non essere stato condannato a pene detentive ed avere sempre avuto, avi compresi, una condotta esemplare. Costituivano titoli di merito le cariche onorifiche e pubbliche, sue proprie e della famiglia.
Una volta superato il processo si procedeva alla vestizione del neocavaliere, il dignitario incaricato dall’ordine si recava nella chiesa scelta per la cerimonia, gli “percuoteva l’un e l’altra spalla” e gli consegnava l’insegna, un altro cavaliere gli offriva la spada ed altri due gli sproni dorati a simboleggiare che l’abito militare doveva essere suo per sempre, fino alle esequie, dopodiché veniva tagliato da due cavalieri. I cavalieri dovevano professare tre voti: la carità, la fedeltà coniugale e l’ubbidienza ai superiori. Dovevano sottoporsi ad una rigida disciplina ed ad un duro addestramento, in quanto si dovevano comportare da valorosi a costo di sacrificare la loro stessa vita.


Le campagne militari videro l'Ordine schierato a fianco della Spagna contro gli ottomani, con la difesa di Malta (1565).
Partecipò con la Lega Santa alla battaglia di Lepanto (1571) con dodici galee sotto le insegne papali.
Contribuì alla presa di Bona in Algeria e, dopo il riconoscimento delle capacità militaresche, l'Ordine fu impiegato contro turchi e barbareschi lungo le coste del Mediterraneo.
Risalgono a questo periodo una serie di incursioni sulle isole del mar Egeo, tenute dai turchi, le campagne in Dalmazia e Negroponte e la guerra di Corfù.

In seguito Ferdinando III di Lorena riorganizzò l’Ordine dando la prevalenza alla diplomazia ed agli accordi commerciali piuttosto che alle azioni militari, queste vennero limitate alla difesa della costa. Risale, comunque, a questo periodo un aiuto ai veneziani contro gli ottomani.
Nel 1809 l’Ordine fu soppresso dal governo napoleonico e ripristinato nel 1817.
Fu nuovamente soppresso nel 1859 da Bettino Ricasoli, presidente del consiglio dei ministri del regno d’Italia.
Tuttavia questa soppressione non fu accettata dalla dinastia dei Lorena in quanto, trattandosi di un ordine religioso consacrato dal papato, solo il papa poteva scioglierlo.

Oggi esiste ancora e l’attuale Gran Maestro è S.A.I. Sigismondo d’Asburgo Lorena, arciduca d’Austria, granduca titolare di Toscana dal 1993.

Piazza dei Cavalieri a Pisa


(Continua)

mercoledì 14 ottobre 2009

Esaltazione di Cosimo de Medici

Firenze, caduta la sua gloriosa repubblica (1530), ebbe campo di sospirare la perduta libertà, sotto il dispotico governo del duca Alessandro, che cadde infine vittima di una congiura.
Ricostruttore delle fortune medicee fu il nuovo duca, Cosimo (1537-1574), giovine principe, al quale non mancavano energia, senno politico ed equilibrio sufficiente per non abusare del potere assoluto. Cosimo si strinse a Carlo V, e, in concorso con le truppe imperiali, abbattè la libertà di Siena e assorbì gran parte del suo territorio.
L'unità regionale toscana, antica aspirazione del Comune fiorentino, fu così quasi completamente realizzata, restandone esclusi solo piccoli lembi della regione. Cosimo diede allo Stato un solido ordinamento assolutistico: riordinò l'amministrazione e le finanze; rafforzò l'organizzazione militare, promosse con savie iniziative lo sviluppo economico del paese; creò un esercito regionale, formato da elementi locali. La sicurezza della navigazione fu affidata, oltre che alla flotta ducale, ai Cavalieri di santo Stefano, un Ordine religioso-cavalleresco di nuova fondazione, che ebbe sede a Pisa nel sontuoso palazzo del Vasari, che ha tuttora il nome dei Cavalieri. Nelle lotte contro i corsari barbareschi, l'Ordine si acquistò grandi benemerenze con una vigilanza assidua sui mari e con azioni eroiche di guerra.La bonifica di paludi, la costruzione di canali e di altre opere di pubblica utilità, l'impulso dato alle industrie, specie della seta, di Firenze, di Pisa, di Siena, e ai loro commerci, i primi progetti per la costruzione del porto artificiale di Livorno, danno la misura della vitalità impressa da Cosimo all'economia toscana. Il governo complessivamente savio e benefico di lui potè mettere in ombra il suo dispotismo e non pochi suoi atti di tirannia.
L'esaltazione di Cosimo alla dignità granducale per decreto di papa Pio V (1569) rappresentò il riconoscimento del fervore, con cui egli aveva promosso nei suoi Stati il trionfo degli ideali della Riforma cattolica. Il nuovo titolo, riconosciuto poi dall'imperatore con un elevato compenso pecuniario, conferiva alla casa Medici una posizione di priorità rispetto agli altri principi italiani. Tra i successori di Cosimo, Ferdinando I (1587-1609) ebbe il merito di avere recato a termine la costruzione del porto di Livorno. Per dare il massimo incremento al porto e alla città, sorta si può dire dal nulla, il granduca concesse ampie franchigie doganali, invitò con una patente del 1593, che fu detta la "Livornina", ad abitarvi emigrati di altri paesi, senza distinzione di nazionalità, di razza e di confessione religiosa: affluirono in gran numero, contribuendo poi alle fortune del nuovo centro protestanti ed ebrei. Sotto Ferdinando, la Toscana poggiò dal lato della Francia. Il matrimonio di Maria, nipote del granduca, con Enrico IV di Francia, in un momento in cui questa nazione stava riprendendo posizione nel campo della politica internazionale, aveva il valore di un atto diplomatico, diretto a liberare la Toscana dalla tutela spagnuola.
Sotto il fiacco governo degli ultimi principi della casa Medici, che si estinse nel 1737, la Toscana era priva di ogni importanza politica, e si accentuava la decadenza economica.

Questo brano è stato trascritto traendolo integralmente da "Civiltà e Società", corso di Storia, de "La Scuola" Editrice, per la terza classe degli istituti tecnici - IV edizione 1964 - capitolo XIV.
La mia attenzione è stata attratta, e si è appuntata su questo brano, perchè contiene l'esaltazione per i Cavalieri di santo Stefano; e l'esaltazione per Cosimo de Medici, artefice della costruzione, dal nulla, della città di Livorno che, per la ponderosa presenza di canali artificiali, viene anche definita la Venezia Nuova . Cliccandovi sopra, potrete anche accedere al link della Fortezza Vecchia, detta anche "Mastio della contessa Matilde", in quanto la prima costruzione dei suoi bastioni risale forse al secolo XI (dal libro Civiltà e Società, di cui sopra).
Per un approfondimento degli argomenti qui citati, potrete trovarli accedendo al blog di Sarcastycon3, e poi navigando, ove sono descritti con dovizia di particolari inediti.

venerdì 2 ottobre 2009

Marco d'Aviano

Marco d'Aviano: chi era costui? Confesso la mia ignoranza, fino a ieri. Conoscevo quel nome, perchè a Milano, in zona Loreto-Padova, c'è una via a lui intitolata. Ma tutto lì. C'è voluto un imput da parte di Renzo Martinelli, per far si che iniziassi ad interessarmene. Renzo Martinelli è il regista brianzolo di Cesano Maderno, estimatore di Umberto Bossi. Nè dalla Rai, nè da altre reti televisive ne avevo mai sentito parlare prima, eppure, Marco D'Aviano è stato un personaggio di grande importanza per gli assetti dell'Europa moderna; al quale deve molto. Non se ne comprende, pertanto, la trascuratezza e la dimenticanza cui è stato fatto oggetto. Ed è sempre l'ardimentoso regista a ricordarci che Marco D'Aviano è stato, per l'Europa, un personaggio di gran lunga più importante, rispetto a quello che Giovanna d'Arco è stata, e rappresenta per la Francia. Proclamata santa nel 1920 da Papa Benedetto XV, per Marco D'Aviano, al quale, tra l'altro, sono stati attribuiti miracoli ancor lui vivente, c'è voluto invece l'arrivo alla soglia pontificia di un papa straniero, polacco, Papa Giovanni Paolo II, per far si che, a 304 anni dalla sua morte, Marco D'Aviano fosse stato proclamato beato, nel 2003.

L'Europa, oggi, non sarebbe stata la stessa, senza la comparsa sulla scena europea del XVII secolo, di Marco D'Aviano. Le donne europee sarebbero costrette ad abbigliarsi secondo la legge coranica; il Vaticano sarebbe la grande moschea islamica, di importanza superiore a quella che divenne la Basilica di Santa Sofia a Istanbul , perchè Roma sarebbe diventata il centro mondiale dell'islamismo; e tutte le nostre chiese sarebbero ora ridotte a rango di madrase e moschee.

Concetti, questi, ricordati da Renzo Martinelli, nel corso del programma televisivo su Rai 2, "Quello che", di sabato scorso 26 settembre. Era lì per parlare anche del suo film, Barbarossa, di prossima uscita nelle sale, prevista per il 9 ottobre.

E' stato nel corso di tale programma, che ha anche annunciato la produzione del suo film su Marco D'Aviano, la cui lavorazione inizierà l'anno prossimo, il 2010. L'opera presenterà grandi analogie col film Barbarossa. In quest'ultimo è la minuta popolazione milanese che, coalizzatasi con quella di altre città lombarde, mise in piedi quell'esercito fatto per lo più di contadini e braccianti, tutti volontari, male armati e male equipaggiati, che però, carichi di ardimento e coraggio, sconfissero l'esercito imperiale di Federico Barbarossa. Nel caso della vicenda umana di Marco D'Aviano, emerge la figura di un indomito presbitero, in abito da frate, al secolo Carlo Domenico Cristofori, nato ad Aviano nel 1631 e morto a Vienna nel 1699, che, da solo, accorrendo alle Corti d'Europa, era riuscito a vincere la noncuranza dei potenti nei confronti di Vienna, cinta d'assedio da diversi mesi dall'esercito turco ottomano, accampato fuori le sue mura, aspettando che si arrendesse per fame. Marco D'Aviano riuscì nell'intento di scuotere dal torpore principi e re europei, intenzionati, com'erano, a non fare nessun passo in aiuto di Vienna. Marco D'Aviano fece così coalizzare quegli eserciti, facendo liberare l'Europa dal pericolo di una lunga e tormentosa dominazione ottomana. L'Europa fu salva, e con essa il cristianesimo.

L'odio che gli islamici nutrono nei confronti di europei e occidentali, deriva tutto da quella loro umiliante sconfitta. Nessun'altra ragione, nemmeno quella di ordine religioso: è la tesi di Renzo Martinelli, su tale questione.

Con quella sconfitta, i turchi ottomani, che contavano nel successo su Vienna, per riprendere l'espansione dell'impero ottomano, interrotta da oltre un secolo, dovettero abbandonare ogni ambizione velleitaria. Dopo quella sconfitta, la Turchia Ottomana si trovò impelagata in una crescente e sempre più ingovernabile crisi militare economica e politica. Era così iniziato un periodo, durato oltre due secoli, durante il quale fu costretta ad occuparsi di tutt'altro che non a mire espansionistiche. In seguito, con l'avvento al potere di Mustafa Kemal Ataturk , il padre della Turchia moderna, comparso sulle scene politico-militari all'inizio del '900, la Turchia cominciò ad aprirsi alla modernità europea. Con l'avvento di Mustafa Kemal era così iniziato il cammino per quel lento cambiamento di mentalità, che sta tuttora cercando di portare la Turchia verso la modernità, e verso una totale integrazione con l'Europa.

E' da credere in questo loro proposito di cambiamento?

E' soprattutto su questa incognita che si scontrano i favorevoli e i contrari all'ingresso della Turchia nella Comunità Europea.