mercoledì 10 febbraio 2010

LA GIORNATA DEL 10 FEBBRAIO

La commemorazione del 10 febbraio ricorda una delle più grandi tragedie italiane di sempre, quella delle Foibe e dell’Esodo dalla Dalmazia e dalla Venezia Giulia, dell’uccisione di 30.000 italiani, della cacciata di altri 350.000, e di altri 50.000 ancora rinchiusi nei gulag jugoslavi. Tutto questo avvenne ad opera degli slavo-comunisti di Tito, con la cooperazione fattiva o l’ignavia dei comunisti italiani del PCI.
La data prescelta è quella del Trattato di pace di Parigi, che nel 1947 sancì la perdita dei territori italiani della Dalmazia, di Fiume, dell’Istria, del Quarnaro
Le foibe hanno rappresentato un’autentica pulizia etnica progettata con lucidità e con grande anticipo dal governo di Belgrado, dal suo dittatore, il “maresciallo” Tito, dal suo ministro degli Esteri, Kardelj, e da un altro ministro ed amico personale di Tito, Vasa Cubrilovic, autori di due veri e propri manuali che contenevano le istruzioni per compiere genocidi ai danni delle popolazioni “etnodiverse” presenti nella stato socialista jugoslavo.
L’invasione delle terre italiane, ed il successivo genocidio, furono favoriti dai comunisti italiani. La brigata partigiana “Osoppo”, costituita da partigiani “bianchi” cattolici e favorevoli alla difesa dei confini nazionali dall’invasione, fu sterminata col tradimento e l’inganno da partigiani comunisti. Togliatti ed il PCI si accordarono con Tito per la cessione di tutte le terre italiane sino al Tagliamento, obbedendo certamente ad ordini di Stalin ed aspirando ad estendere il più possibile i domini del “socialismo reale”. Gli anti-fascisti italiani non comunisti furono emarginati dal PCI, poi uccisi per primi dagli slavo-comunisti. Il PCI orchestrò poi una campagna stampa contro gli esuli, e difese in ogni modo in parlamento ed in campo internazionale gli interessi e le ambizioni territoriali del dittatore Tito.
Gli Italiani vittime delle Foibe furono di ogni idea politica, di ogni classe sociale, di ogni età: fascisti ed anti-fascisti, ricchi e poveri, religiosi ed atei, uomini e donne, vecchi, adulti, bambini. Gli Italiani, dopo aver subito gravissime sevizie (umiliazioni, percosse, stupri, evirazioni; alle donne incinte venivano squarciati i ventri e i feti erano infilzati come trofei su dei pali), venivano legati con del filo spinato gli uni agli altri, e messi in fila. Il capofila veniva poi posto all’imboccatura di una foiba quindi veniva fucilato oppure scaraventato nel vuoto, trascinando con sé gli altri a lui legati. Il rituale era completato frequentemente da un cane nero gettato ancor vivo nella foiba, in osservanza ad una superstizione del folklore balcanico, secondo cui esso avrebbe impedito alle vittime di “ritornare” per vendicarsi.
Un calcolo esatto e completo del numero delle vittime è impossibile, perché moltissimi corpi furono gettati in mare, o seppelliti in foibe rimaste ignote, o rimasti in Jugoslavia nei cimiteri dei gulag. Tuttavia, la cifra più probabile si attesta attorno ai 30.000. Tale somma la si può ottenere dal numero di abitanti italiani presenti nei territori invasi dagli slavo-comunisti e poi scomparsi senza lasciare tracce. Inoltre, la stima del numero di vittime presenti nelle foibe accertate (almeno 67), sommata a quella degli italiani morti nei gulag di Tito, ed ai resoconti di altre uccisioni consente di giungere all’incirca alla stessa cifra, che deve quindi ritenersi quella più verosimile.
Gli esuli furono circa 350.000, e 50.000 gli Italiani che trascorsero molti anni nei campi di concentramento jugoslavi: Borovnica, Skofja Loka, Osseh, e ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l’Isola Calva. Alcuni vi rimasero sino agli anni Sessanta. Fra gli italiani rinchiusi nei gulag di Tito, alcuni erano dei superstiti dei lager tedeschi e, per loro testimonianza, i campi comunisti erano molto peggiori di quelli nazisti. Sui 5.000 Italiani deportati a Goli Otok, 4.000 morirono.
Dopo tutti questi eventi, per 50 anni calò un intenzionale silenzio su ciò che era accaduto. Gli esuli furono emarginati e dimenticati, così come la loro storia. Lo studioso Gianni Oliva nel suo libro “Foibe” ha scritto: «A sessant’anni dagli avvenimenti delle foibe e degli infoibati restano ancora una strage negata esclusa dalla coscienza collettiva della nazione […]. Con legge 92/2004 l’Italia ha riconosciuto ed ha istituito il 10 febbraio come il “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati. Lo scopo della legge è stato quello di ridare quella dignità e riconoscimento, mancato per lunghi anni, a chi fu tragicamente ucciso, ma anche a tutti i sopravvissuti che furono costretti ad abbandonare le loro case per fuggire dai massacri per mantenere la propria identità di essere italiano.”
Questa memoria continua ad essere purtroppo ancora oggi osteggiata da chi, del tutto assurdamente, nega o giustifica quello che è avvenuto. Pertanto, dinanzi a simili fatti, ed ai ricorrenti e sbagliati tentativi di nasconderli, è un imperativo morale la memoria delle Foibe e dell’Esodo.
IL suo ricordo dovrebbe appartenere al patrimonio collettivo della Nazione italiana, senza distinzione di partito o di idee politiche.
E' un atto di giustizia verso i morti ed i profughi, ma è anche un monito a tutti noi, perché quel che è accaduto in passato può avvenire ancora in futuro.

domenica 7 febbraio 2010

LE FOIBE ED IL PROGRAMMA DI STERMINIO DEGLI ITALIANI

La figura di Vasa Cubrilovic e dei suoi due manuali di puliza etnica dimostra in modo inconfutabile l’erroneità delle tesi di chi, ancora oggi, nega, minimizza o giustifica il genocidio italiano in Venezia Giulia e Dalmazia, compiuto dai comunisti di Tito.
Infatti, i piani operativi stesi dal Cubrilovic, altissimo personaggio del regime socialista jugoslavo ed amico personale di Tito, provano ulteriormente come la Jugoslavia avesse programmato con largo anticipo un’operazione di “ingegneria etnica” in Venezia Giulia, oltre che in altre regioni allogene su cui aveva delle mire.
Nel 1936, quindi anteriormente alla guerra mondiale ed alla salita al potere di Tito, il Cubrilovic aveva redatto un testo chiamato Iscljavanje Arnauta, cioè Piano di allontanamento degli albanesi, nel quale suggeriva una serie di misure per estirpate gli odiati “Arnauti”, appunto gli Albanesi, dal Kosovo. (sui fortissimi contrasti interni alla Jugoslavia monarchica cfr. ad esempio Jacob Hoptner, “Yugoslavia in Crisis, 1934-1941”, New York 1962, nel quale si documenta la realtà di un sistema statale essenzialemente serbocentrico dilaniato dagli opposti nazionalismi delle varie etnie facente parte della Jugoslavia. Sull’argomento dei nazionalismi jugoslavi è notevole, fra gli altri, lo studio di K. Boeckh, “Von den Balkankrieg zum Ersten Weltkrieg. Kleinstaatenpolitik und ethnische Selbsbestimmung auf dem Balkan”, München 1996). E’ degno di nota come, di fatto, il manuale Cubrilovic, opportunamente modificato a seconda delle esigenze del tempo, abbia poi trovato effettiva applicazione in terra kosovara ad opera di Milosevic nell’ultimo conflitto balcanico.
Il Cubrilovic indicava una serie di misure precise per scacciare gli “etnodiversi”:
1) leggi discriminatorie a loro danno, tali da indurli ad andarsene
2) Misure strettamente economiche: tassazioni, espropri, prestazioni lavorative forzose, ritiro delle licenze commerciali, licenziamenti di massa dei membri delle etnia “ostile”
3) Misure di ordine religioso: arresto o cacciata del clero, distruzione di edifici di culto e cimiteri, impedimenti frapposti al libero esercizio del culto ecc.
4) la costituzione di reparti para-militari di civili armati, tratti dall’etnia dominante ed inviati nella regione al fine di terrorizzare e vessare gli abitanti locali
5) il compimento di stragi, arresti e deportazioni di massa, al fine di creare una “psicosi dell’evacuazione” (questa è l’espressione adoperata dal Cubrilovic) ed indurre gli “etnodiversi” ad andarsene.
6) l’intera operazione doveva essere ben pianificata ed organizzata dall’alto, da parte del governo e dello stato maggiore, e con l’ausilio non solo dell’esercito e della polizia, ma persino di altri organismi, come, ad esempio, i sindacati.

Cubrilovic poi nel 1944 scrisse un suo secondo memorandum, che s’intitola “Il problema delle minoranze nella nuova Jugoslavia” [Manjinski problem u novoj Jugoslaviji]. Esso riprendeva la sostanza del piano del primo, mentre la differenza principale è che non era più rivolto verso gli Albanesi, bensì in direzione di tutte le minoranze non jugo-slave che sarebbero state incluse nei territori della nuova repubblica socialista.
Cubrilovic si espresse con la massima chiarezza riguardo agli Italiani della Dalmazia, dell’Istria, di Trieste e Gorizia, che andavano tutti cacciati, per conquistare anche etnicamente e non solo politicamente tali territori. Egli formulò proprio l’espressione di “conquista etnica”, mediante cacciata degli Italiani seguita da colonizzazione slava. Questo comunista serbo giunse a scrivere che la Jugoslavia era autorizzata dal “diritto del vincitore” ad obbligare l’Italia a riprendersi i suoi connazionali di Istria e Dalmazia.
Il Cubrilovic, passato dal nazionalismo serbo al comunismo titino, divenne ministro di Tito e suo amico personale, ed in tal modo potè essere dei maggiori artefici delle numerose operazioni di “pulizia etnica” compiuta dalla Jugoslavia comunista. Esse colpirono non solo la Venezia Giulia e la Dalmazia, cioè gli Italiani, ma anche la Carinzia (Tedeschi), il “triangolo ungherese” (Magiari), e la Dobruja (Bulgari).
Il ruolo di questo individuo in tali operazioni di pulizia etnica risulta provato da una serie di fattori decisivi.
-il ruolo di ministro;
-l’amicizia personale con Tito:
-la corrispondenza fra le istruzioni dei suoi manuali e la realtà concreta della pulizia etnica,
-infine, argomento davvero risolutivo, una documentazione d’archivio dello stato jugoslavo, oggi reperita, che riporta le sue direttive in merito alla cacciata di massa delle etnie non jugo-slave dai territori occupati dalla Jugoslavia.
L’esistenza del piano orchestrato da Cubrilovic, ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, e destinato in origine ad essere applicato contro gli Albanesi, è un’ulteriore prova di come gli eventi del 1943-1945 in Venezia Giulia possano essere compresi unicamente quale una pulizia etnica orchestrata dall’alto, da Tito stesso, sulla base di un piano ben preciso.
Questa dittatura era assieme socialista e nazionalista, ed operò la sua repressione totalitaria in una duplice direzione: verso gli oppositori politici da una parte, verso le etnie “estranee” dall’altra. Si ebbe così una vera ecatombe di nemici ideologici, ed assieme la cacciata in massa di tutti coloro che non erano ritenuti jugo-slavi.

sabato 30 gennaio 2010

Gli Illuministi lombardi: rassegna fotografica












Pubblico la rassegna di foto, tratte da Wikipedia, che avevo scelto per essere inserite nel post L'Accademia dei Pugni , pubblicato sul blog Il Giardino delle Esperidi, per adempiere al mio impegno mensile verso il gruppo. La carenza di spazio (il post è relativamente lungo) e la mia carenza tecnica in tema di pubblicazione foto (quando sono più di una) hanno fatto si che rinunciassi a pubblicarle. Le foto andrebbero quindi visionate in parallelo alla lettura del post.
A voi il compito/piacere di creare la didascalia delle foto.

martedì 5 gennaio 2010

La provincia Terra di Lavoro

C'era una volta, in Italia, una provincia chiamata Terra di Lavoro . Come dice Wikipedia, "è una regione storico-geografica legata alla Campania, oggi risultante suddivisa tra le regioni politico-amministrative del Lazio, della Campania e del Molise". Il toponimo Leboriae, derivante da Terra di Laboris, per un certo periodo storico aveva sostituito il toponimo Campania, già in uso dal V secolo a.c. Il toponimo Leboriae è documentato da Plinio il Vecchio nell'opera Naturalis Historia. Su un documento di dubbia originalità, risalente al 1092, viene ritrovato indicato per la prima volta il toponimo Terra Laboris. Passando a tempi più vicini a noi, all'Unità d'Italia, nel 1861 la provincia di Terra di Lavoro era una fra le più vaste province d'Italia. Essa comprendeva i vasti fertili territori dei Circondari di Gaeta e di Sora , tutta la parte dell' Agro Nolano ricompresa nell'attuale provincia di Napoli, una parte delle province di Benevento, Avellino, Isernia, e ancora l'intero territorio dell'attuale provincia di Caserta.


Nel 1927 la provincia di Terra di Lavoro venne disciolta: i comuni laziali già appartenuti al Circondario di Sora confluirono nella nuova provincia di Frosinone, istituta nello stesso anno. Nel 1934 fu istituita la provincia di Littoria (ora Latina), che raggruppò gli attuali comuni laziali facenti parte dell'allora Circondario di Gaeta. I comuni campani, facenti parte dell'antica provincia di Terra di Lavoro, nel 1945 andarono a formare la neo costituita provincia di Caserta. Gli altri comuni, che già orbitavano attorno alle città di Benevento, Avellino, Isernia erano confluiti nelle rispettive province.



Di uno di quei comuni del Lazio, dell'antica provincia di Terra di Lavoro, erano originari i miei genitori, che lo avevano abbandonato tra la fine del 1943 e i primi giorni del '44, assieme alle loro famiglie e gruppi di famiglie affini od amiche, a causa dello sfollamento forzoso di tutta la popolazione civile orbitante nell'area circostante l'Abbazia di Montecassino. Gli Anglo Americani avevano deciso di bombardare il monte dalla cima alla base, nel tentativo di liberarla dalla presenza di forze tedesche che stavano opponendo una strenua resistenza all'avanzata verso Roma dell'esercito alleato. Al termine del conflitto, alcuni strateghi internazionali avevano dichiarato l'inutilità della Battaglia di Montecassino



Finita la guerra, vi fu il rientro di quasi tutti gli sfollati, ad eccezione del nucleo familiare dei miei nonni materni che decisero di rimanere nella campagna del cremonese, iniziandovi una nuova vita, non priva di avventure e disavventure.

Post correlati: La città e l'acropoli di Cassino
Foto: da Wikipedia
Fine prima parte


Postato da Marshall
http://ecopolfinanza.blogspot.com/2010/01/la-provincia-terra-di-lavoro.html

venerdì 25 dicembre 2009

Ritorno alla sinagoga


La storia dei settanta contadini pugliesi che negli anni Venti diventarono ebrei e nel 1948 emigrarono in Israele

Sannicandro, oggi San Nicandro, è una cittadina pugliese, un paesotto del Gargano che poco ha di urbano a tutt’oggi, figuriamoci alla fine degli anni Venti del secolo scorso, quando vi iniziò un’avventura straordinaria, quella che portò una settantina dei suoi abitanti a diventare ebrei, ad attendere molti anni di potersi convertire formalmente all’ebraismo e infine a trasferirsi in Israele, subito dopo il 1948. Erano, quelli successivi alla Prima guerra mondiale, anni percorsi da fermenti politici e religiosi di ogni tipo anche nel sud, profondamente modificato dalle migrazioni di tanti suoi figli in America. Diffusi ed attivi nel proselitismo erano i protestanti, in particolare i movimenti pentecostali. Il protagonista di questa vicenda, unica nella lunga storia dei rapporti tra mondo cristiano e mondo ebraico, è un bracciante analfabeta, Donato Manduzio, tornato invalido dalle trincee della Grande guerra. In ospedale ha imparato a leggere e a scrivere e, costretto alla quasi immobilità, passa il tempo immerso nelle letture. Letture disparate, spesso casuali. Quando un vicino gli regala una Bibbia avuta da un predicatore pentecostale – una Bibbia in italiano, nella traduzione di Lutero – Manduzio vi si immerge totalmente, scoprendo che nel testo biblico non si faceva parola né della Trinità né del Papa né di Gesù e che vi si narrava invece di un popolo perduto in paesi lontani a cui Dio apparve sulla montagna consegnando la “vera fede”. Intorno a lui cominciano a radunarsi amici, parenti, vicini. Il gruppo discute le parole lette da Manduzio, con ingenuità e curiosità, senza preconcetti.

E’ la prima volta che hanno l’occasione di affrontare direttamente la parola di Dio. A poco a poco, da semplice lettore, Manduzio diviene un interprete, pervaso di messianesimo e di tensioni mistiche, mentre i suoi seguaci imparano a leggere e a scrivere.
Di fronte a questa grave violazione religiosa – la lettura del testo sacro in italiano – intervenne il prete del luogo. Non solo però non riuscì a spuntarla, ma perse anche il suo sacrestano, che si unì al gruppo di Manduzio. Si fecero vivi anche i luterani, convinti di far proseliti e di strappare fedeli ai papisti. Ma, se la lettura della Bibbia aveva convinto Manduzio e i suoi seguaci che il cattolicesimo non aveva granché a che vedere con quanto ritrovavano nel testo, non li aveva però spinti nella direzione di una conversione al protestantesimo. Erano giunti alla conclusione che la vera fede fosse quella ebraica, come era esposta nel testo biblico, e si proclamavano ebrei. Erano convinti, d’altronde, che gli ebrei non esistessero più, che fossero stati soppiantati dai cristiani. Insomma pensavano fermamente di essere gli unici ebrei sulla faccia della terra. Cominciarono a osservare il sabato, a tenersi lontani dai riti cattolici, ad adottare quelli ebraici che imparavano faticosamente a conoscere studiando il Levitico.

Erano ovviamente molto distanti dalla ritualità ebraica vera e propria, non conoscevano il Talmud, e il loro unico punto di riferimento era il testo biblico. Ma quando vennero casualmente a sapere che di ebrei sulla faccia della terra, e perfino in Italia, ce ne erano ancora molti, e che se volevano essere davvero ebrei dovevano mettersi in contatto con loro, decisero di scrivere a Roma e di informare il rabbino capo dell’esistenza della loro comunità, chiedendo di essere convertiti. Per due volte le loro lettere restarono senza risposta, poi, infine, ricevettero risposta. David Prato, il rabbino capo della Comunità di Roma, li esortava ad attendere tre anni meditando sul passo che volevano compiere, prima di affrontare il problema della conversione. Nel frattempo, Roma inviava loro testi biblici, scialli e libri di preghiera. Era il 1934.

Lentamente, il paese si abituava alla presenza di quel gruppo di “ebrei” che mangiavano secondo le regole ebraiche, celebravano le feste ebraiche, leggevano la Bibbia, pregavano e creavano canti religiosi. Le tensioni semmai furono interne, tanto è vero che si formarono due comunità in conflitto, quella rimasta intorno a Manduzio ed una fondata dal ciabattino Mattoni. Ma i tempi stavano diventando sempre più grami. I protestanti erano sottoposti a molte restrizioni, e nel 1937 anche i seguaci di Manduzio furono ammoniti e multati pesantemente dalla polizia. Non si trattava di antisemitismo, ma del sospetto che le loro riunioni nascondessero attività antifasciste. In quell’occasione, intervenne l’Unione delle comunità israelitiche a chiarire la situazione. Il presidente Raffaele Cantoni si recò a Sannicandro a visitare questi strani ebrei, portando loro in dono libri.

Nel 1938, passati i tre anni, Manduzio ricevette infine dal rabbinato una lettera che li esortava, per il loro bene, ad avere ancora pazienza: il momento non era molto favorevole agli ebrei, meglio aspettare che passasse la bufera delle leggi razziali. Sul momento, convertirsi all’ebraismo non era cosa consigliabile. Una decisione che a Sannicandro venne interpretata come un rifiuto, e molto sofferta. Nel 1940, con l’entrata in guerra, il Sud si riempì di campi di internamento per ebrei italiani e soprattutto stranieri, Mai, dopo il 1540, data dell’espulsione definitiva degli ebrei dal meridione d’Italia, queste zone avevano visto tanti ebrei. A soli cinquanta chilometri da Sannicandro, a Manfredonia, fu creato un campo di internamento, dove furono rinchiusi molti ebrei tedeschi, ma a Sannicandro la vita continuava a scorrere senza troppe tensioni. Soltanto poco prima dell’8 settembre, i tedeschi, che si avviavano ormai ad abbandonare la zona incalzati dall’avanzata alleata, si fermarono in paese a chiedere dove fossero gli “ebrei”, ma il paese intero li protesse.

Venne la liberazione, con gli angloamericani che circolavano ovunque distribuendo cioccolata e sigarette. Fu in questa circostanza che gli ebrei di Sannicandro scoprirono, increduli ed estasiati, la stella di Davide sulle camionette. Era la famosa brigata ebraica, formata da ebrei della Palestina arruolati nell’esercito inglese. Sarà un ufficiale di quella Brigata, Phinn Lapide, a stringere più forti rapporti con loro, a leggere le carte di Manduzio, il suo diario, la documentazione che raccontava quei tredici anni, dal 1930 in poi, in cui si era formata la piccola comunità. Nel 1953 scriverà sulla loro vicenda un libro, “The prophet of San Nicandro”, tradotto in italiano nel 1958 con il titolo “Mosè in Puglia” (Longanesi). Fra quanti, incuriositi dalla sua storia, andarono a far visita a Manduzio, ci fu anche, nel marzo 1944, un ufficiale dell’esercito inglese. Era un ebreo italiano che veniva dalla Palestina ed era impegnato in una missione volta a soccorrere gli ebrei ancora sotto l’occupazione nazista. Si chiamava Enzo Sereni, e viene oggi considerato uno dei padri fondatori dello stato d’Israele.

Nel maggio dello stesso anno, compirà la sua ultima missione, paracadutandosi in Toscana, dove sarà arrestato dai nazisti, per morire poi a Dachau. Finita la guerra, gli ebrei di Sannicandro otterranno infine di convertirsi, non senza ulteriori difficoltà. La conversione, una conversione di massa senza precedenti di settanta persone fra uomini, donne e bambini, avvenne nell’agosto 1946. Donato Manduzio, fortemente contrario a lasciare la sua terra per il nuovo stato degli ebrei, si spegnerà nel marzo del 1948. Tra il 1948 e il 1950, i suoi seguaci faranno tutti l’aliyah in Israele, stabilendosi vicino a Tzfat, e a Sannicandro rimangono solo cinque ebrei. Attualmente, sono una cinquantina e mantengono in vita una piccola comunità.
Ma qual era il contesto culturale in cui la conversione di Sannicandro è nata? Quali le memorie della presenza ebraica nel sud d’talia, dopo secoli dall’espulsione? Nell’Alto Medioevo, gli ebrei italiani erano stanziati soprattutto al sud, sulle coste.

La Puglia era particolarmente importante: qui in quei secoli, nelle fitte comunità ebraiche che la popolavano, era stato introdotto il Talmud babilonese e si era, sembra, costituita la stessa forma comunitaria. Questo mondo era finito già all’inizio del secondo millennio, e gli ebrei rimasti nel meridione erano stati convertiti a forza o esiliati sotto la dominazione angioina. Nel Trecento le sinagoghe pugliesi erano state trasformate in chiese. Ma non era questa, la memoria dietro quella conversione. Più recente era il ricordo delle conversioni e dell’esilio che accompagnarono l’inizio della dominazione spagnola, e soprattutto del fenomeno del marranesimo: il criptogiudaismo di convertiti a forza, o di discendenti di convertiti, che continuano a mantenere nascostamente credenze, riti ed usanze degli ebrei, duramente perseguitati dall’Inquisizione, mandati sul rogo ove scoperti. Il sud d’Italia è pieno di reminescenze famigliari (nomi, usanze, particolarità) a cui far risalire una lontana origine ebraica perduta nelle generazioni.

Manduzio non guarda a questa memoria. Legge la Bibbia, non sa di Talmud, Mishnah, cultura rabbinica. Il suo ebraismo, quello dei suoi seguaci, viene direttamente dal testo biblico. Ma su qualcosa doveva pur innestarsi. Pensiamo innanzitutto, alla vasta diffusione del protestantesimo, con cui lo stesso Manduzio, prima di accostarsi all’ebraismo, era venuto in contatto, alla pratica di una lettura diretta del testo biblico di matrice protestante, anche se diverse sono le conclusioni che Manduzio ne trasse. Inoltre, ricordiamo che ci sono stati nel sud d’Italia, prima di questo, casi di cattolici, non discendenti da ebrei convertiti, che si scoprivano ebrei leggendo i testi. “Vecchi cristiani”, per dirla usando il linguaggio del tempo, che volevano diventare ebrei non per trovare radici più o meno lontane, ma per convinzione. Qualche anno fa uno storico, Giovanni Romeo, ne ha tratti alcuni dall’oblio.

Finivano assai male, naturalmente: sul rogo, in prigione, suicidi, considerati pazzi. Figure affascinanti, di persone qualunque o di mistici e intellettuali, come Giulio Cesare Gambardella, un giovane napoletano tormentato da una deformità fisica e considerato “scemo di cervello”, torturato e condannato al carcere perpetuo nel 1579, come Giovanni Leonardo Gatto, anch’egli napoletano, dottore in legge, dichiarato insano di mente, e soprattutto come il pugliese Ottavio d’Arimini, filosofo e teologo, che sarà giustiziato a Roma dopo un processo in cui si era dimostrato “del tutto miscredente dela fede christiana” e credente invece in “un solo Iddio in cielo a costume di hebrei”. Un altro caso interessante è quello di Scipione Vallati, anch’egli di origine pugliese, un giovane colto che a Napoli nel 1605 decide di rifiutare il cattolicesimo e di farsi ebreo, arrivando a tentare di circoncidersi. Denunciato in ospedale dal suo confessore, morirà prima che il processo inquisitoriale sia compiuto. Nelle sue dichiarazioni, oltre all’esaltazione del monoteismo, un acceso spirito messianico. Questi casi, per quanto sporadici, rivelano come l’ebraismo possa aver giocato un ruolo importante come punto di riferimento di un dissenso religioso diffuso soprattutto al sud nei primi decenni della dominazione spagnola. Gli stessi della fuga di Giordano Bruno e della congiura di Tommaso Campanella, in un momento di riflusso delle spinte riformatrici di matrice protestante.

C’è infine un’altra matrice che merita di essere analizzata nella ricerca dell’origine della conversione di Sannicandro: la cultura contadina. Una volontà forte di apprendere, un desiderio di mettere la cultura alta al vaglio della propria critica, testardaggine e se vogliamo anche molta confusione, e l’idea che apprendere ti metta in grado di decidere. C’è un senso forte delle proprie autonome capacità di comprendere in un analfabeta che impara a leggere e si fa maestro e quasi profeta. Come Campanella, anche Manduzio si era macerato gli occhi sull’olio delle lampade e aveva anteposto la cultura a tutto il resto. Un filo rosso unisce i vari aspetti di questo mondo bizzarro della cultura eterodossa del Sud d’Italia, in tutte le forme che assume, nel Dio che nega come in quello che accetta.

di Anna Foa

giovedì 12 novembre 2009

La festa di San Martino a Venezia

Ieri è stata l'Estate di San Martino, un giorno molto atteso dai bambini di Venezia; festeggiato fin dalle prime ore del giorno, alla loro maniera gradevolmente chiassosa. La festa ci viene documentata da Fausto, tramite il suo blog molto ben curato, Alloggi Barbaria blogspot.
Dietro sua preventiva autorizzazione la ricopio integralmente, comprese le foto, le quali, per ragioni dovute alle mie scarse capacità tecniche, troveranno una collocazione diversa rispetto alla fonte originaria. Mi riferisco volentieri a questa festa fanciullesca veneziana, perchè non mi risulta sia altrettanto festeggiata qui da noi "sul continente". Ma i blogger più attempati forse ricorderanno se mai durante la loro fancillezza avvenivano feste del genere nei loro rispettivi paesi o città. In particolare mi aspetterei racconti da parte di Ambra e di Marcello, i quali, come suppongo, dovrebbero averne in abbondanza. Dal canto mio, e anche se purtroppo è riferito alla settimana santa, poichè di San Martino non ricordo di nulla, ho lasciato ampia testimonianza nel commentario di Fausto, di quanto avveniva di festosamente rumoroso dalle mie parti, al tempo in cui ero fanciullo.
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Post di Fausto
La Festa di San Martino a Venezia si è tenuta regolarmente come ogni anno, l'11 novembre. La Festa di San Martino è molto amata dai bambini che, secondo una secolare tradizione, girano per i vari negozi con mestoli e coperchi di pentole "minacciando" di cantare la filastrocca di San Martino (e battendo i loro attrezzi con vigore) se non gli viene dato qualche moneta o caramella. I titolari dei negozi cedono fin troppo facilmente a simili "ricatti", anche perchè, se i bambini non ricevono dei dolci, insistono con la canzoncina fino a perdere il fiato. A dire il vero la Festa di San Martino anche a Venezia ha risentito del momento economico non esaltante, quindi i bambini hanno ricevuto molti più dolci che monete. Come si è detto la Festa di San Martino viene celebrata solo dai bambini. Si è assistito quindi fin dal mattino al via vai di scolaresche (accompagnate dalle loro maestre) per le strade di Venezia, alla ricerca di normali negozi o pasticcerie disposte a pagare il dazio alla festa. Nel pomeriggio e fino a sera invece i gruppi di bambini erano più ridotti ma sicuramente più rumorosi, accompagnati dai genitori molto felici di rinnovare tramite i loro figli le usanze di questa antica festa. La Festa di San Martino è stata celebrata anche in Campo dei Frari con un suggestivo ritrovo di adulti e bambini illuminato da lampade colorate. Ancora di sera le pasticcerie ed i bar della città esponevano nelle loro vetrine i tipici dolci di San Martino, alcuni dei quali grandi come metà vetrina (vedi foto sotto). Alla fine della giornata i bambini sono tornati a casa esausti ma felici. Nelle loro tasche molti dolci e caramelle e qualche soldino, come vuole la tradizione.








domenica 1 novembre 2009

L’investitura di cavaliere di S.Stefano

Dal blog

http://narrare-dimammi.blogspot.com/2009/10/la-procedura-per-linvestitura-di.html

La procedura per l’investitura di cavaliere di S.Stefano.
Dal libro “ I cavalieri di Arezzo Cortona e Sansepolcro membri del Sacro Militare Ordine di S. Stefano Papa e Martire “ (edito da ETS) del prof. Bruno Casini che ha esaminato la documentazione dell’archivio di stato di Pisa e dall’archivio dell’ordine di S.Stefano.


“Giovanni Battista Lambardi di Arezzo, discese da parte del padre, da Fabiano figlio di Bernardino Lambardi e di M. Camilla di Girolamo Bacci e, da parte di madre, da M. Beatrice, figlia di Guasparri di Alessandro Tondinelli e di M. Marietta di Marco Fierabracci.
Il detto Giovanni Battista comparve davanti al vicario generale del vescovo di Arezzo e, per fare chiarezza sulla nobiltà dei suoi antenati produsse i capitoli, gli attestati e gli stemmi a colori, e designò come testimoni da esaminarsi le seguenti persone: Giovanni Battista Riccomanni, Donato di Gregorio Chiaromanni (ndr. seguono altri 7 testimoni)
Il 9 febbraio 1597,si svolse il processo per le provanze di nobiltà davanti al detto vicario generale e al cavaliere Angelo Mannini di Arezzo; redasse l’istrumento Valentino di Andrea Subbiano,notaio della Religione di S. Stefano.
I Dodici cavalieri del consiglio, nell’informazione inviata al granduca il 25 febbraio 1597,esposero che il Consiglio aveva veduto e considerato quanto il supplicante aveva prodotto e aveva trovato che egli,con il deposto dei testimoni e con fede pubblica aveva provato che discendeva, per padre madre e ava paterna dai Lambardi,dai Tondinelli e dai Bacci di Arezzo,tutte casate nobili e abili ai sommi onori fino al gonfalierato, per ava materna, dai Fierabracci, casata già ammessa al priorato e allora estinta;che egli supplicante aveva l’età di 20 anni.
Con un rescritto granducale del 16 dicembre del 1598 fu disposto: “Diaseli l’habito con questo che navighi”
Il 21 dicembre 1598, il detto Giovanni Battista prese l’abito di cavaliere milite dell’ Ordine di S.Stefano , in Pisa, all’età di 20 anni, per mano del cavaliere Silvio Piccolimini, gran contestabile. Le sue esequie furono celebrate il 19 agosto 1650.”